Storie di briganti

SEC. XIV

Un’banda di malfattori composta di oltre venticinque uomini che imperversano nel territorio di Arborio («ubi dicitur in Vallibus», presso la Sesia) e dintorni, tutti armati e capaci di agire giorno e notte; in poco tempo hanno rapinato, ferito e ucciso diverse persone, hanno fatto annegare Giovanni de Alaxina , un altro l’hanno tenuto prigioniero a San Germano per dodici giorni e liberato solo dopo il pagamento di un riscatto di 17 fiorini d’oro. 10 febbraio 1378; il procedimento avviato dal podestà riporta solo i nomi di alcuni dei membri della banda, tutti definiti ribelli e nemici dello stato, sorvolando sugli altri ventidue («quorum nomina tacentur ad presens») forse per non ostacolare le indagini. Questi fatti vanno messi in rapporto con la ribellione di San Germano del 1377.

Nel gennaio 1417 un altro mercante, il milanese Agostino Cusano, è rapinato e ucciso presso Cascine Stra, sulla strada chiamata di San Germano e dei mercanti, mediante la quale si va oltre monti.

 

LA BANDA DEI FALSARI

Siamo nella prima metà del settecento , e San Germano si ritrova al centro della cronaca vercellese a causa di una banda di falsari che operava nel nostro borgo. Tale banda composta da tre persone non di origine sangermanese viene sorpresa in data 29 marzo 1744 in San Germano per"Fabbrica di monete false di marca straniera, consistenti in argentine di Francia, e spendita; ozioso e vagabondo ". Tradotti in carcere a Vercelli , i tre imputati ; Gabriele Assiè , ( residente a Roano in Francia ) , Francesco Montosone ( Residente a Arazzo in Francia ) , Anna Lucia Bertrandi ( di anni superiore a 20 e inferiore a 25 e residente a Robilante ), vengono sottoposti a "Tortura per 45 minuti per ricavare la verità sulla frabbrica e la spendita di moneta falsa ". In data 24 ottobre 1744 vengono tradotti a Torino e sottoposti a giudizio presso il Senato , dal Presidente Giusiana , dal Collegio relatore Grassis , e dall'Avvocato generale Fiscale Bruno.

FURTO AL CONVENTO

Siamo al 14 agosto del 1750 , nel convento dei frati Agostiniani di San Germano avviene un furto ( abigeato ) di un puledro ; delle briglie , della sella e di un paio di stivali. L'autore del reato è Gaspare Scanacapra , ufficialmente residente a Cremona . Arrestato e detenuto viene poi sottoposto a processo in data 2 dicembre 1750 a Torino e poi condannato a Tortura per ricavare la verità sui complici, essere condotto con il laccio al collo e il remo in spalla, passando sotto il patibolo, per i luoghi soliti, servizio come rematore sulle navi regie a vita, indennizzo dei derubati e pagamento delle spese

UN XVIII SECOLO MOLTO MOVIMENTATO.....

IL 2 settembre 1747 Lorenzo Tamagno da Mongrando viene condannato ad essere impiccato , ridotto in quarti per diversi omicidi con rapina e di due rapine sulla strada regia di San Germano , con sottrazione di tre muli ad Antonio Fagnano da Boriana e di tre zecchini , dodici soldi e sei denari a Giovanni Lorenza da Cerrione in data 1 Luglio 1746.

Il 19 dicembre 1747 Gian Battista Pedretti detto Battistone , di Rosasco , viene impiccato , ridotto in quarti e condannato all'indennizzo ed alle spese per delitti in complicità con Lorenzo Tamagno e per rapina sulla strada di San Germano e rapina e uccisione presso le fini di San Germano , la sera dell'11 novembre 1746 del cherico Pietro Antonio Cantone di Salussola al quale era stato sottratto il mantello ; nella stessa occasione era stata ferita e depredata dei suoi cavalli la donna Margarita Bocca.

Il 13 giugno 1750 , Michele Canestro , viene torturato impiccato , ridotto in quarti e condannato all'indennizzo delle spese per ; assalto con ferimento di tre postiglioni di San Germano , Nicola Donna , Antonio Brisco e Carlo Mortarino in data 15 gennaio 1749 ; con rapina in complicità con altri ignoti in data 2 giugno 1749 tra Cascine Strà e Castellone in danno di Michele Zola , Sebastiano Florio e Paolo Ferraris , per sottrazione di borse e denari.

Il 23 ottobre 1751 , Domenico Rapello mastro di posta di San Germano viene condannato al Pagamento di 20 scudi d'oro verso il fisco, in difetto del pagamento 3 mesi di carcere precedente emenda, indennizzo dei danneggiati, pagamento delle spese , per perdita di rispetto all'avvocato Mancardi, giudice di San Germano; perdita di rispetto all'ufficio del giudice di San Germano, lacerando la copia degli atti del primo capo, e parole ingiuriose verso il giudice; minaccie contro il messo Giovanni Battista Mazucchelli, disprezzando il precetto del sindaco; pugni sul capo e atterramento del messo Mazucchelli che eseguiva l'ordine del Consegretario del Tribunale; ferite, in contrasto, contro Carlo Torello e Carlo Robiano; essere rissoso, bestiale, scandaloso nei suoi discorsi; 2 colpi di badile nello stomaco del sacerdote Giovanni Bertoglio, cercando di affogarlo nella fontana .

 

GUERRIGLIA ANTIFRANCESE

L'AMMISTRAZIONE PROVVISORIA

DI VERCELLI E PROVINCIA

Il barbaro assassinio commesso nella notte delli 15 alli 16 corrente sulla strada tendente a S.Germano alla distanza di due miglia circa da questa Città contro tre persone addette al servizio del Generale Francese DESAIX , delle quali una venne uccisa , e le altre due vennero ferite hanno eccitata la giusta indignazione del Generale CHABRAN , il quale ha scritta al Comandante di questa piazza Cittadino Sempè la seguente lettera.

CHABRAN Generale di Divisione

Al Comandante della Piazza di Vercelli.

Sartirana li 27 Pratile anno 8 Repubblicano

Sento nel momento , che degli assassini hanno assalito sulla strada , che tende da Vercelli a Santhià , una vettura appartenente al Generale Desaix ; ne aspetto la vostra relazione. V'incarico di dire alla Municipalità di Vercelli , che sono determinato di ridurre in cenere il Villaggio vicino al quale questo assassinamento è stato commesso.

 

In conseguenza di tale lettera , e di un nuovo consimile attentato seguito in oggi nelle vicinanze del sovra indicato luogo , ha il predetto Comandante di questa Piazza invitata l'Amministrazione provvisoria a notificare agli Amministratori di tutte le Comuni della Provincia di prendere tutte le misure più rigorose per prevenire simili delitti , giacchè la vendetta della Grande Repubblica cadrà non solo sulle teste degli autori , ma eziando di quelle Comuni nel cui territorio venissero a commettersi . Abitanti di questa Provincia , il ferro , ed il fuoco vi sono minacciati. Guai specialmente a quegli Amministratori  , che non facciano arrestare , o non iscoprissero i delinquenti , alla cui colpevole indolenza potessero imputarsi si grandi disordini.

Il presente sarà stampato , e pubblicato in tutte le Comuni della Provincia senza ritardo sotto le pene più rigorose.

Dat. dalla Sala dell'Amministrazione addì 20 Giugno 1800

 

LA BANDA "CANATTONE"

Agli inizi del 1800 anche il nostro territorio non rimane immune dalla piaga del brigantaggio , nel 1810 la banda dei Canattone ,di origini monferrina sale alla ribalta delle cronache per gravi fatti di sangue. Già nel settembre di tre anni prima il generale Menou ha segnalato al ministro degli Interni , lo Champagny , un atto brigantesco avvenuto a San Germano : è stata assalita la corriera di posta , il vetturale è stato derubato del denaro , delle spese di viaggio e della corrispondenza diretta a Vercelli . Si trattava , probabilmente , di una delle prime imprese della banda che , formata da vari elementi , è guidata dai fratelli Canattone : esercitando il mestiere di traghettatori sul torrente Elvo , nei pressi di Formigliana , per parecchio tempo non dovettero compiere nemmeno la fatica di andare a cercarsi le vittime , poichè gli stessi ignari viandanti si mettevano nelle loro mani. I fratelli infatti possedevano un " Navetto " per il trasporto dei viaggiatori da una parte all'altra del torrente . Quel barcone era in realtà un traghetto della morte , perchè i clienti venivano molte volte uccisi , e i loro corpi finivano nella melma del corso d'acqua . I Canattone non si accontentavano di mandarli al Creatore , spesso le vittime servivano come cavie per discutibili allenamenti . Se c'era tempo , i tre capibanda si divertivano a legare le vittime agli alberi e a esercitarsi sui loro corpi nel tiro di punta con l'arma bianca , mirando al ventre o al cuore con le lunghe sciabole oppure i pugnali.

ICanattone si irradiano nel Vercellese , in breve ne diventano fino al 1810 il terrore, al punto che i viaggiatori preferiscono non porsi in viaggio isolatamente. Le più pericolose sono le strade che conducono da Vercelli a Biella , a Buronzo , a Santhià . Formigliana è una buona base , posta proprio al centro del teatro d'azione della banda . La tradizione popolare , come sempre viva , ricorda che non sempre i fratelli Canattone sono feroci , anzi hanno le loro simpatie e coltivano le loro amicizie : si ricordano i casi del canonico Barzetti che più volte li aveva ospitati , più o meno forzatamente , in una propria cascina posta tra Busonengo o Quinto.

L'ultima azione dei fratelli briganti avviene nei pressi di San Germano : assaltano una vettura di posta , ammazzano alcuni borghesi e un militare dell'intendenza militare proveniente da Torino con un ingente somma di denaro. Non sono fortunati : nel breve conflitto a fuoco che accompagna l'assalto uno dei Canattone viene ferito e muore poco dopo. I fratelli nell'allontanarsi trascinano con sè il corpo dell'ucciso per impedirne l'identificazione. La gendarmeria intensifica le ricerche . Giunge a Vercelli il generale Travot per riorganizzare le forze di polizia . Avvalendosi della collaborazione del maggiore Lenude , di alcuni membri della municipalità e di qualche sindaco , nel volgere di poche settimane l'ufficiale scova e arresta i Canattone nei pressi di Vercelli . Processati , i briganti sono condannati a morte e giustiziati sull'antico campo di Marte di Vercelli.

..........Da una cronaca del tempo

Vercelli 1810

Al generale Mènou è uscita un’imprecazione in francese. Il volto è cupo, tanto che il segretario personale preferisce lasciare la stanza. E’ toccato a lui portare la notizia che la navetta postale, partita da Torino, carica di soldi destinati alle truppe, è stata assaltata dai banditi. All’altezza di San Germano Vercellese, la vettura è stata bloccata. Il capitano dell’Intendenza, a guardia dei valori, aveva prima sparato in aria, poi contro i malviventi, che intanto avevano trovato riparo nel boschetto a lato della strada. Ne era nato uno scontro a fuoco, dagli esiti mortali. L’ufficiale era riuscito a uccidere almeno uno dei banditi che, in numero maggiore, erano riusciti a sopraffare lui e gli altri occupanti, massacrandoli. “Ancora questi fratelli Canattone!” tuona il generale Mènou. “Dov’è Travot? Mandatelo a chiamare. Domani lo voglio qui! Questa storia deve finire. La popolazione si sta sollevando, le strade non sono più sicure e io rischio la testa”. E il giorno seguente, il generale Travot, appena nominato a capo della Gendarmeria, è a Torino. La ferita per il convoglio perso brucia ancora. “Travot, questi Canattone vanno fermati. Deve fare ciò che il suo predecessore non è riuscito, assicurarli alla giustizia. Le lascio carta bianca. Faccia come vuole, ma devono sparire. Dobbiamo dare un segnale forte. Non abbia pietà!”.

La banda dei fratelli Canattone si sta spostando velocemente, nelle pianure del Vercellese. Sa che non può più contare sulla complicità dei fittavoli. I gendarmi le hanno fatto terra bruciata intorno. Anche il canonico Bozzetti si è barricato in casa, lasciando i banditi al loro destino. Sentono il fiato sul collo degli uomini del generale Travot.  E’ fuori la città di Vercelli, che vengono circondati. I fratelli Canattone sparano, dando il via alla battaglia. Cercano, invano, di aprirsi un varco. I francesi sono in numero superiore e stanno arrivando i rinforzi. Dopo alcune ore, i malviventi sono costretti ad arrendersi. Vengono subito disarmati, ammanettati e portati in carcere. “Domani verrete processati”, sono le uniche parole che rivolge loro la guardia, prima di chiudere la pesante porta di legno della cella. Non c’è difesa che tenga, il giorno dopo, davanti al giudice, a Palazzo di giustizia. L’accusa elenca uno a uno i colpi messi a segno dai fratelli Canattone, i nomi delle loro vittime conosciute, le circostanze. Alla fine il verdetto non può che essere la condanna a morte, da eseguirsi subito. Le guardie li spingono, tra due ali di folla, che urla, sputa, insulta, fino al Campo di Marte. Ad attenderli, il plotone d’esecuzione. E un’esecuzione veloce, mette fine ai loro delitti. 

 

La fine dei briganti traghettatori avviene tra il 1809 e il 1811 , con gli ultimi arresti la gendarmeria conclude la propria lotta.

Nel Novembre del 1828 la cronaca cittadina registra nei pressi di San Germano , l'assalto di una banda di malfattori ad un carro che trasportava balle di seta , con relativa rapina del carico e dei portafogli dei conducenti.

..... e Prefetto del R. tribunale di prefettura sedente in Vercelli, in questa parte . specialmente delegato dall'eccell.mo R. senato in Torino sedente, : i In seguito alla grassazione commessa da una turba di malviventi la sera del 25 novembre scorso sulla strada reale di Vercelli alla dominante, presso S. Germano, ed in poca distanza dal sito detto Cascine di strada,sulle persone delli Giovanni Fissore e Giovanni Giacobbi, al servizio il primo della casa di commercio Mestralet di Torino, ed il secondo della casa di commercio Barison di Milano, con depredazione di quattro balle di seta segnate co' numeri e lettere che si troveranno in piè della presente, le quali erano sopra carrettoni condotte dalli detti Fissore e Giacobbi, oltre la depredazione " ll. 87 circa sulla persona ed a pregiudizio di esso Giacobbi. Ebbe l'anzi letta casa di commercio Mestralet ricorso all'eccellentissimo R. senato sedente in Torino, supplicandolo concederle facoltà di proporre sotto l'autorevole di lui sanzione un premio della somma di Il 25oo da essa depositata, colle condizioni, quanto alla distribuzione di detta somma, che avrebbe ravvisato convenienti al propostosi fine della scoperta degli autori dell'accennata grassazione, e ricuperazione della seta depredata. Premuroso il prelodato supremo magistrato di assecondare le domande, e facilitare i mezzi, pe quali si pervenga a far conoscere, e cadere nella forza i rei di sì grave delitto, commesso con audace temerità ed in istraordinario numero di malfattori, avvisò anche di valersi della facoltà, che la R. legge gli accorda in simili occorrenze., Quindi nell'aver date con ordinanza del 13 corrente mese le infrascritte disposizioni, ci ha autorizzati ad emanarle con apposito manifesto. . Noi pertanto in esecuzione di tale incarico facciamo col presente note al pubblico le anzidette disposizioni senatorie, cioè ; 1. È promesso il premio di ll. 25oo a coloro, che non colpevoli di alcun delitto scopriranno i rei della grassazione suddetta, e daranno le opportune indicazioni per far ricuperare l' intiera quantità della seta depredata. È promessa l'impunità , oltre il premio di l. 2666 a quello de' rei di detta grassazione, il quale propalerà ingenuamente non tanto la proia reità , quanto ogni altro delitto da lui commesso, e darà lumi ed indicazioni per la convinzione di tutti i suoi compagni e complici, e per ricuperare l'intiera quantità della seta depredata; - - a ; 3. È promesso parimenti, oltre il premio di ll. 15oo, l'impunità a qualunque altro reo di delitti non importanti pena maggiore della galera perpetua, il quale scoprirà almeno uno de'rei di detta grassazione, lo farà cadere nelle forze, e somministrerà i lumi sufficienti tanto per la convinzione del medesimo, quanto pel rinvenimento dell'involata seta; 4. Qualora per le indicazioni date ia eseguimento de precedenti si non si potesse ricuperare in totalità la seta depredata, sarà il suddetto premio corrisposto anche in proporzione del quantitativo della seta rinvenuta ; 5. Li sovraccennati premio ed impunità verranno decretati dal prefato supremo magistrato contemporaneamente alla sentenza, che sarà pronunciata in contraddittorio de'rei, od anche in loro contumacia, e quindi verrà il premio p" , in vigor di speciale decreto, dal signor segretaro de criminali del medesimo supremo magistrato; 6. Preveniamo li ini, che io, saranno tenuti secreti; ed acciò i complici, banditi od " vorranno giovarsi de sovra specificati vantaggi, possano liberamente comparire dinnanzi noi, l'uffizio d'istruzione, e sig. avvocato fiscale presso questo tribunale, ino itati ad accordar loro un salvo-condotto a tempo limitato per il termine non maggiore di un mese, e i" quindici in quindici giorni pel termine del mese successivo, semprecch pendente il primo od il secondo termine ci si " utili praticate diligenze, e colla condizione espressa, che non abusino i": condotto; - - - - - - - - 7. Sono incaricati tutti li signori assessori istruttori e giudici del rispettivi mandamenti di ricevere all'uopo tutte le denunzie che loro verranno innoltrate, e dare le più pronte disposizioni tanto per l'arresto de rei, quanto per l'assicurazione della seta depredata " oi sollecitamente di ogni sua operazione quest'ufficio d'istruzione. Facciamo finalmente noto, che le disposizioni nel presente contenute saranno soltanto eseguite, quanto al premio, nel periodo di mesi sei dalla data di questo manifesto. Mandiamo il presente pubblicarsi a luoghi e modi soliti nella giurisdizione del prelodato eccell.mo R. senato; ed alle copie stampate, ecc.. Vercelli, il 15 dicembre 1828.o , ,.......

 

LA BANDA "SASSONE"

I l ritorno del brigantaggio nella nostra zona , si ebbe tra il 1854 e il 1859 , con la banda Sassone , che prende il nome dal ventisettenne Sassone di Pontestura , capo di una masnada di 41 individui provenienti dal vercellese e dall'alessandrino. Tra questi c'è il ventisettenne giardiniere Alberto Sanmartino , abitante di San Germano soprannominato "Barbis".

L'attività criminale della banda si svolgeva principalmente nel vercellese e nel casalese , dove la banda godeva di basi logistiche e di fiancheggiatori e ricettatori. Nonostante l'alto numero dei componenti , le attività non coinvolgevano più di tre , quattro malfattori per volta , e consistevano in rapine a cascinali e canoniche.

Il Sanmartino inizia la sua attività di brigante il 19 luglio 1854 sulla stradale di Gattinara , nei pressi della cascina "Gattesca" dove con l'aiuto di due complici cerca di rapinare un certo Carlo Demartinis di Masserano , ma ancora inesperti la rapina non riesce e sono costretti a scappare. L'otto settembre il terzetto cerca di rapinare la cascina "Annunziata" a Stroppiana , ma i malviventi riescono solo a portar via alcuni indumenti. Agli inizi di ottobre il Sanmartino con altri due complici tentano invano di penetrare nella bottega di carlo Rivale , pizzicagnolo a Casale ma il colpo andò male , costringendo i tre a cambiare obbiettivo , al tramonto si appostano sulla strada di fra Casale e Moncalvo e con una pistola cercano di rapinare due pacifici viaggiatori . La notte del 13 ottobre il sangermanese con un altro complice assaltano la casa di Alberto Bertola , parroco di Sali Vercellese "lo maltrattano a più riprese depredandolo in denaro , effetti di lingerie e d'argento pel valore di lire mille circa" . Qualche giorno dopo li ritroviamo a Langosco dove penetrano nella canonica del parroco Don Giuseppe Zambelli depredandolo "di lire trecento venti , composte d'una doppia di Genova , marenghi , scudi e svanziche , d'un calice d'argento con coppa dorata del dichiarato valore di lire cento , di un mantello di panno nero del dichiarato valore di lire quaranta , ecc...". Tornano a colpire la notte del 4 novembre nell'abitazione del parroco di Asigliano Don Giacomo Manzone , che minacciandolo con una pistola riescono a sottrargli 30 lire , ma non soddisfatti nella stessa notte vanno a rapinare Don Antonio Borla , parroco di Quinto Vercellese , ma non riescono a penetrare nell'abitazione. Solo dopo qualche giorno riescono a mettere a segno un colpo del valore di 42 lire , ai danni del parroco di Casanova Don Eusebio Montà.

La notizia delle continue rapine contro le canoniche obbligò il clero a prendere valide contromisure ed i carabinieri si tennero pronti a sorvegliare i possibili obbiettivi , e i malviventi furono costretti a cambiare i bersagli delle loro attività criminali , e ricominciarono a colpire i cascinali nei dintorni di Casale . L'ultima impresa avviene proprio a San Germano , dove la banda in piena notte " con reiterate minacce a mano armata di pistole e coltelli" presero di mira la cascina "Arduino" rapinando oggetti del valore di duecento lire ai danni delle famiglie di Bartolomeo Arduino e Giuseppe Ciocchetti.

Ma il cerchio delle forze dell'ordine si stava già chiudendo , e il 2 dicembre il Sanmartino con gli altri due complici vengono arrestati a Novara , il sangermanese per sottrarsi all'arresto , punta la pistola contro il milite Giovanni Molina e sottraendogli la spada lo feriva al volto. Fù l'ultima sua azione , incarcerato viene processato dalla Corte di Appello di Torino , che con sentenza del 5 Agosto 1856 lo condanna ai lavori forzati a vita.

BALORDI DI PAESE

Piccoli furti e liti sono le notizie che fanno ricca  la cronaca cittadina a metà dell'800. E' la sera del 14 marzo 1854 il quarantacinquenne contadino Antonio Mabiglia che , sorpreso a rubare un pò di legna a San Germano dal brigadiere Ottino , lo ferisce con un falcetto e alle grida del milite accorrono in soccorso altri due carabinieri , che a loro volta vengono aggrediti da altri tre individui armati di falci che cercarono invano di far fuggire il Mabiglia , finito invece in manette e poi processato con l'accusa di "violenza , resistenza e rivolta alla truppa comandata in servizio" I giudici lo condannarono a quindici mesi di carcere.

Sempre a San Germano la sera del 15 maggio 1854 di fronte al Caffè Gibellino il vice brigadiere Bonora ed i carabinieri Ruffino e Spando che pattugliavano il paese cercarono di separare due uomini che se le stavano dando di santa ragione. All'improvviso i militari vennero aggrediti da una cinquantina di popolani ebbri di vino accorsi in difesa dei due litiganti. Incitati dal giovane contadino Pietro Paggi detto "Motta" che sembrava il loro capo. I rivoltosi tentarono di disarmare i militari , lesti a rifugiarsi nella loro caserma. Il giorno seguente , i carabinieri arrestarono il Paggi ed un altro garzone che aveva preso parte alla rissa , il ventisettenne Francesco Costa. Dopo sei mesi di reclusione a Torino , i due "bastantemente puniti col carcere subito" furono condannati a pagare i danni ai carabinieri.

 

IL DISERTORE BRUSA

Negli ani delle guerre risorgimentali anche nel vercellese c'erano diversi soldati disertori diventati briganti . Proprio come nel meridione. nel Dicembre del 1862 tali Bernardino Brusa con altri due complici provenienti dal Monferrato e inseguiti dalle forze dell'ordine cercavano miglior fortuna nel Vercellese. La loro prima vittima fù un certo Eusebio Lorio che venne rapinato di un orologio d'argento  sulla strada che da Lignana va verso la tenuta Veneria , dopo altri colpi a Ronsecco , i due sulla strada che da Salasco porta a San Germano depredano a mano armata di coltelli , con minaccia della vita Antonio Bonamino originario di Tortona e di professione "pistarolo" allo stabilimanto del Regio Demanio. Benchè alle prime minacce il poveruomo fosse riuscito a scappare , i malviventi riuscirono a raggiungerlo , picchiandolo e rapinandolo. Sembrava fatta e invece mentre i malviventi cercavano di gettare il poveretto in un fosso. Bonamino si divincolò raggiungendo Salasco " a chiedere soccorso". Armati di tridenti e bastoni  , diversi contadini della cascina della Contessa di Callabiano corsero a caccia dei banditi " e dopo breve lotta nella quale rimasero leggermente feriti i malviventi " i contadini immobilizzarono due mentre il Brusa riuscì a dileguarsi , i due furono consegnati alla Guardia Nazionale di San Germano che a sua volta li diede in consegna all'Arma dei Carabinieri di stanza a San Germano. Il Brusa rimase in libertà solo due mesi , infatti nel mese di Febbraio la segnalazione di due musicanti di San Germano , tali Agostino Medano e Giovanni Gervasio che " essendo il terzo Giovedì del carnevale ultimo ospitati nel Cascinale Corte ove erano richiesti a suonare avevano veduto lo stesso Brusa nel divertimento che si stava effettuando e osservavano sul suo tavole riposte alcune armi da fuoco". Grazie a questa segnalazione i Carabinieri Reali della Stazione di San Germano seguirono i suoi passi e non ci volle molto tempo per metterlo ai ferri. Il Brusa venne platealmente degradato e poi condannato ai lavori forzati.

 

TRUFFATORI ALLA FIERA DI SAN GERMANO

Ttibunale del Circondario di Vercelli 29 Maggio 1863

Nella causa del Pubblico Ministero contro Lima Antonio fu Gerolamo surnominato Passarin , d'anni 19 , nato e redidente a Vercelli , facchino nullatenente , e Carenzo Giovanni , stranominato Va Ben , del fu Antonio , d'anni 40 , nato a Stroppiana e residente a Vercelli , facchino , già stalliere , nullatenente. Detenuti il primo dal 20 , e il secondo dal 27 marzo 1863.

Imputati :

1°- In comune di truffa commessa in San Germano nei giorni 7 e 8 marzo 1863 , per essersi , dopo aver inebbriato un tale Gariglio Gio. Battista , fatto dolosamente con tale artifizio consegnare da questo una cavalla , una mula , un carrettone con due coperte , e relativi fornimenti , del giudicato complessivo valore di lire 195 , una manovella ed otto tridenti del giudicato complessivo valore di lire 13 , con falsa promessa di pagare entro breve termine l'importare della cessione o consegna suddetta , avendogli pure nelle accennate circostanze di tempo e luogo carpita la somma di lire 60. 2° - In particolare il Lima , di contravvenzione all'ammonizione passata avanti al Giudice di questa città nel giorno 26 ottobre 1861 , per essersi recato alle fiere di S.Germano e di Novara , che ebbero luogo nei giorni 7 e 9 marzo 1863 , senza preventiva partecipazione all'Autorità di pubblica sicurezza , contrariamente all'obbligo impostogli coll'ammonizione predetta ; ed il Carenzo , di contravvenzione all'art. 43 della legge sulla pubblica sicurezza , per avere fatto da intromettitore ambulante alla fiera di S.Germano avvenuta il 7 marzo 1863 , senza richiesta inscrizione , colla circostanza aggravante della recidività.

Intesa la lettura dei documenti e le deposizioni dei testi , e sentiti gli imputati nelle lororisposte e difese , ed il Pubblico Ministero nelle sue instanze e requisitorie ; Ritenuto , circa la truffa ascritta in comune alli Antonio Lima e Giovanni Carenzo , che se per un conto colle risposte dei medesimi collimano li detti dei testi Giuseppe Tassara , Ferdinando Cesare , Pietro Sereno e Teresa Sereno a chiarire che il rilascio fatto dal Gio Battista Gariglio al Lima del suo cavallo di pelo bianco , ed al carenzo del mulo , carrettone , fornimenti , coperte , fune , manovella e sei o sette tridenti , di cui si tratta , seguì a titolo di compra e vendita per un determinato prezzo inteso pagabile fra la mora di pochi giornoi , per altro canto le stesse testimonianze , con cui concordano quelle della Margherita Patineca , moglie Sereno , e Giovanni Giuliano , fanno piena e indubitata fede che il Gariglio ; prima e nell'atto di quelle contrattazioni avvenute in S.Germano nel caffè del Tassera e nell'osteria dei Tre Re esercita da Sereno Pietro durante la notte del 7 all'8 marzo ultimo scorso , ed al mattino dello stesso giorno 8 marzo , trovavasi alterato dal vino e ridotto ultimamente a tale stato di ebbrietà e stupidità da non potere più , come si espresse il teste Pietro Sereno , prestare il suo consenso ad un contratto qualsiasi , a vece che il Lima e Carenzo conservavano pienissima l'uso delle loro facoltà mentali , come lo dimostra il contegno da loro tenuto , e come in ispecie , riguardo al Lima , esternò il teste Giovanni Giuliano cui venne trasmessa , cui venne trasmessa in custodia la cavalla bianca immediatamente dopo che questa pervenne a mani e disposizione di esso Lima.

Che le risultanze del dibattimento , sebbene non abbiano recato verun fondamento alla supposizione del Gariglio di essere egli stato artificiosamnete inebbriato coll'immersione di qualche malefico ingrediente nel vino che ebbe a bere all'osteria dei Tre Re in compagnia del Lima e Carenzo e delli suoi compaesani Avetta Domenico e Massimino Antonio , surnominato Capitano , all'orquando al cadere del giorno 7 marzo già avviato assieme all'Avetta per fare ritorno al suo paese , venne richiamato da detto massimino , allora associato agli stessi Lima e Carenzo , ed invitato ad entrare in essa osteria , ed a bere con loro , non lasciano però alcun dubbio sul deliberato fraudolento proposito di entrambi essi Lima e Carenzo di fomentare l'ebbrietà del Gariglio , e di profittarne non già per riuscire unicamente ad una vantaggiosa compra di un oggetto inserviente al loro bisogno , uso e convenienza , ma bensì per carpirgli senza dispendio , di un immaginaria vendita a credenza , non solo le bestie ed effetti premenzionati , ma eziando il danaro , di cui ben sapevano essere il medesimo ritentore dietro la vendita precedentemente fatta a mediazione del Carenzo ed alla presenza del Lima , come questo ammise , al Giovanni Francese di un cavallo per otto marenghi e mezzo , dietro il contemporaneo sborso fattogli dal Francese di cinque marenghi in conto di detto prezzo. Che di fatto la lorro associazione e comune intendimento di raggirare l'avvinazzato Gariglio , e spogliarlo delle cose sue , chiaramente emerge non tanto dall'essersi senza apparente plausibile motivo portati alla fiera di S.Germano , dall'essersi ivi trovati riuniti all'osteria dei Tre Re quando vi fu chiamato il Gariglio , dall'essersi quindi tarttenuti constantemente assieme , soffermandosi in S.Germano anche dopo trascorsa la fiera e pendente la notte senz'altro giustificato scopo , e sino a che ebbero conseguita la rispettiva preda , quanto dalla concatenazione dei seguiti avvenimenti , mentre postosi il Gariglio a bere in quell'osteria nella compagnia di loro e deglia altri due individui prenominati ; e tosto divenuto brillo , e fattevi ritirare le bestie , carrettone ed altri oggetti entro al cortile e stalla , si comiciò tra essi a discutere pel pagamento di tre litri di vino bevuto , ed il Carenzo in ispecie elevò la pretesa che dovesse Gariglio , il quale nel frastuono di quei clamori era anche trattenuto e impedito a uscire , pagargli uno scudo per la senseria della premenzionata vendita del cavallo al Giovanni Francese , come attestarono li Ferdinando Cesare e Giovanni Giuliano ; quindi senza più scostarsi dal Gariglio , li ridetti Lima e Carenzo continuarono a tenerlo in gozzoviglio mangiando e bevendo vino , caffè e liquori per tutta la sera e notte , e passando dall'osteria al caffè , dove poi trascorse buona parte della notte , e vinta con ripetute instanze la ritrosia del Gariglio ad estrarre e deporre a mani del Lima il danaro che gli rimaneva dopo l'acconto pagato al Domenico Avetta del prezzo della mula da questo durante la cena nell'osteria vendutagli , ebbe infine lo stesso Lima , mentre il Carenzo , seduto allora ad un vicino tavolo , dormiva o fingeva di dormire , a convenire col Gariglio la compra a credenza della di costui cavalla a pelo bianco collo sborso o restituzione , in monete diverse da quelle a sue mani prime deposte , della caparra di lire 20 , giusta quanto depose il teste Tassara ; con avere poscia il Carenzo , reso maggiormente ebbro per nuocva crapula , a cedergli pure a credenza , e col solo rilascio di una scrittura d'obbligazione verosimilmente fatta a bello studio redigere per inorpellare il fatto agli occhi degli astanti , tutto quanto gli rimaneva , vale a dire la mula , carrettone ed oggetto sovra menzionati. Come rilevasi dal detto dei coniugi e figlia Sereno e del Cesare Ferdinando , e dalla stessa ammissione del Carenzo , del cui operato devesi pure ritenere contabile il Lima , benchè già dipartito , per avere colla precedente sua associazione e contegno predisposto e coadiuvato l'avvenimento.

 Che al complesso di questi concordanti e convincenti argomenti della frode usata dalli Lima e Carenzo con quelle congegnate artifiziose contrattazioni a danno del Gariglio , qualificato dalla Giunta Municipale per persona buona , proba e credibile , si aggiunge l'essere li medesimi affatto nullatenenti e di cattivi morali aggiunti ; la Inverosimiglianza che il Gariglio volesse alienare e privarsi di tutti gli oggetti da lui ritenuti quantunque indispensabili almeno in parte all'esercizio del suo negozio di cereali , e che il Lima e Carenzo , semplici facchini non commercianti , volessero comperare ed a giusto prezzo oggetti tanto disparati non confacenti al loro stato ed inutili ; lo avere tostamente e colla massima premura tanto il Lima quanto il Carenzo fatto distratto il primo all'indomani mattina sulla fiera di Novara , ed il secondo nella stessa sera in questa città delle bestie ed oggetti acquistati con rivendite , scambi e come meglio poterono anche con scapito grave del costo fittizio. Che infine a confermare la realtà della truffa , concorre il fatto non controverso di non aver il Lima e Carenzo all'epoca prefissa eseguito il promesso pagamento dell'intero prezzo , nonchè la circostanziata confessione e confidenze da loro concordemente fatta sulla fiera di Novara al teste Giovanni Musso , e da questo deposta , e rispetto al danaro stato pure carpito al Gariglio ; confessione questa che se da sola non potrebbe avere alcun valore , avvalorata però quale trovasi dai fatti ed anche dalla deposizione della teste Rosa Cimilando , moglie del Gariglio , riesce certamente attendibile.

Ritenuto , in ordine al secondo capo di imputazione , ossia alla contravvenzione ascritta in particolare al Lima ; che la sussistenza della medesima trovasi accertata mercè dal letto verbale d'ammonizione da lui come ozioso e sospetto di reato subita a termine della legge di pubblica sicurezza , e della pure letta dichiarazione dell'ufficiale di pubblica sicurezza di questa città , per recarsi alle fiere di San Germano e Novara senza partecipazione di sorta alla Autorità di pubblica sicurezza , non essendo attendibile la scusa addotta da lui di ignorare che gli incombesse l'obbligo di tale partecipazione , e dalla difesa che la proibizione di allontanarsi debba riferirsi ad una variazione di dimora , e protratta assenza , e non ad una semplice momentanea gita ed assenza , poichè a tali scuse resiste la lettura e lo scopo dell'ammonizione e della legge che la prescrive , non potendo la Pubblica Sicurezza sorvegliare l'andamento delle persone sospette quando non sappia dove si aggirano. Che parimenti rimane stabilita la contravvenzione in particolare addebitata al Giovanni Carenzo , col fatto ammesso ed accertato di essersi egli recato alla fiera di San Germano per ivi guadagnare qualche cosa colla sua industria , e di essersi ivi intromesso quale mediatore nella compra e vendita del cavallo stipulatosi fra il Giovanni Battista Gariglio e Giovanni Francese , e colla disposizione di costoro di avere effettivamente retribuito al carenzo il prezzo della mediazione , avvalorata dal detto Lima , di essere stato invitato dal carenzoa rimanere colà in San Germano per aspettarlo e godere insieme il provento di quella mediazione , senza che valga l'osservazione della difesa , che quell'atto isolato di mediazione non possa costituire l'abitudine , cioè l'abusivo esercizio proibito dalla legge , mentre essendo già stato il Carenzo per lo stesso abuso condannato da questo Tribunale alla multa di lire 51 colla sentenza letta e riconosciuta delli 23 ottobre ultimo passato , basta la ripetizione anche di un solo atto perchè debba esserne di nuovo contabile ; Che la recidività dello stesso Carenzo emerge dalla suddetta sentenza di condanna ; Che il Lima sarebbe minore degli anni 21 e maggiore delli 18 , come rilevasi dal letto estratto di nascita e battesimo.

Per questi motivi :

Dichiara li Antonio Lima e Giovanni Carenzo convinti dei reati a loro ascritti ; Al Lima al carcere di mesi sette da computarsi dal giorno del suo arresto , ed alla multa di lire 51 e sussidiariamente al carcere per giorni 17 , ed inoltre alla sorveglianza della pubblica sicurezza per mesi 6 ; ed il Carenzo al carcere per un anno pure da computarsi dal giorno del suo arresto , ed alla multa di lire 200 , e sussidiariamente al carcere per giorni 66 ; ambidue solidariamente nell'indennità verso il truffato Giovan Battista Gariglio , cui manda restituirsi li tridenti sequestrati presso li Francesco Cavagliano e Giuseppe Bologna , salco amino questi meglio di rappresentare il valore peritato , e salva loro ragione di indennità o rimborso verso il Carenzo , e per ultimonelle spese solidariamente pel capo primo d'imputazione , e per quanto li riguarda in ordine al capo secondo ed a ciascuno particolare.

La legge: monitore giudiziario e amministrativo del Regno d'Italia - Anno III - 1863

 

 

IL BIUNDIN

La fine del secolo e l'inizio del 900 si apre con l'ultimo dei briganti che ha imperversato nella campagna vercellese ; Francesco Demichelis detto " Il Biundin". Nato a Villanova Monferrato il 16 marzo 1871, si da giovane si rese autore di diverse rapine e delitti , a capo di una banda di malfattori esercitava le sue malefatte nei territori della Lomellina e del Vercellese , anche il territorio di San Germano non ne rimase indenne. La sua "carrriera" termina il 7 giugno 1905 , riconosciuto e inseguito dai carabinieri nelle risaie nei pressi della Frazione San Damiano di Carisio , viene colpito mortalmente da un colpo di pistola.

 

IL CASO  DON  GNAVI

Un prete, un debito, il Po che tutto inghiotte e tutto restituisce, un giovane psicopatico e un’arguta portinaia sono gli ingredienti della storia che ha sconvolto Torino e che affonda le sue radici nel febbraio 1918. In una Torino in cui arrivano gli echi della Grande Guerra un giovane di San Germano Vercellese, Pietro Balocco, affitta un appartamento al 19 di Contrada San Filippo, l’odierna via Maria Vittoria. Balocco viene visto più volte entrare e uscire dall’appartamento in compagnia di un sacerdote, al secolo don Guglielmo Gnavi. Un bel giorno però Balocco viene notato dalla portinaia uscire inspiegabilmente da solo. Il prete in Contrada San Filippo non si vedrà più. Giuseppina, questo il nome della portinaia, inizia a nutrire qualche sospetto non fosse altro perché siamo in clima di guerra e anche le cose normali destano sospetti. Il Balocco per di più viene visto uscire trainando una pesante cesta. Particolare che si rivelerà decisivo solo in un secondo momento. Manca ancora un ingrediente a questo giallo, di per sé già inquietante e questa volta è il Po a fare il suo ingresso sulla scena. Un barcaiolo nota un pacco galleggiare nelle acque del fiume. Da quell’involto spunta qualcosa che assomiglia molto ad una gamba umana. E’ l’ultimo tassello che manca nella mente di Giuseppina – una mente più da detective che da portinaia – per comporre il mosaico che è andato via via formandosi da quando quello strano giovane ha affittato l’appartamento. Non senza una certa arguzia Giuseppina convince la proprietaria del palazzo ed un inquilino ad inscenare un finto sopralluogo nell’appartamento del giovane al quale viene raccontato di un piccolo guasto all’impianto di riscaldamento. Entrati nell’appartamento e poi nel bagno i tre si trovano davanti uno spettacolo raccapricciante che Balocco cerca di motivare dicendo che aveva rovesciato del vino. Ai tre improvvisati investigatori basta alzare il coperchio della cesta per trovarsi di fronte all’orrore. Il disgusto si dipinge sui loro volti mentre il giovane si dà alla fuga. La polizia lo bracca per settimane mentre i giornali chiamano già quel caso “L’omicidio del prete fatto a pezzi”.La fuga del giovane vercellese termina quando un passante lo riconosce grazie alle foto pubblicate sui giornali nonostante un’uniforme da militare usata come camuffamento. L’infermità mentale è un concetto ancora poco familiare nelle aule di tribunale e Balocco viene condannato all’ergastolo. Le ultime ombre vengono rischiarate proprio dal processo. Il Balocco aveva chiesto ed ottenuto dal sacerdote il prestito di circa 30 lire. Non sapendo come restituirlo aveva deciso di attirarlo in casa sua, ucciderlo e farlo a pezzi. Solo non aveva tenuto conto dell’acume della portinaia e del fatto che il Po, prima o poi, può anche decidere di parlare.

 

1927 UN GRAVE FATTO DI SANGUE

17 Agosto 1927

Vercelli, 17, notte. Giunge ora notizia di un selvaggio delitto consumato ieri, a scopo di rapina, presso San Germano, il grosso borgo vercellese, che dista una quindicina di chilometri dalla nostra citta, sulla provinciale per Torino. Vittima un laborioso agricoltore, residente alla Cascina Rometta e fittavolo della Casa Ducale d'Aosta, Data la notorietà dell'ucciso e il modo brutalmente iniquo nel quale il delitto è stato compiuto, impressione tra le pacifiche popolazioni della zona è profondissima. Ma ecco i particolari di questo feroce episodio di delinquenza. L'agguato presso la casa L'agricoltore, che si chiama Giovanni Spassino, era partito dalla Cascina Rometta, ieri di buon mattino, diretto ai mercati di Casale e di Vercelli. Infatti egli trascorse la mattinata e parte del pomeriggio nelle due citta; quindi in treno faceva ritorno, verso le 17, a San Germano, dove aveva lasciato la bicicletta che avrebbe dovuto servirgli per percorrere il tratto che separa San Germano dalla sua casa. Infatti lo Spassino, inforcata la bicicletta, si avviò verso Cascina Rometta. Il delitto doveva avere il suo sanguinoso compimento a poca distanza dalla mèta, cioè a non più di mezzo chilometro dalla Cascina. Evidentemente i malfattori, ritenendo che l'agricoltore, reduce dai mercati, avesse incassato del danaro, come avviene in questi casi, si ripromettevano un lauto bottino. E' pressoché accertato che essi erano in due e armati di pugnale. Da quanto tempo attendevano? Erano essi minutamente informati da qual che compare che lo Spassino, giunto in treno nel pomeriggio a San Germano, si sarebbe diretto in bicicletta verso la Cascina Rometta? Tutto ciò, che appare molto probabile, è ora oggetto delle non facili indagini delle Autorità, tanto più che la tragica scena si svolse in località, deserte e soltanto un vecchio, che passava di la, è stato in grado di informare circa la presenza di due sconosciuti dal fare sospetto, fermi in attesa presso lo stradale Comunque, le indagini fatte sul posto permettono di ricostruire il delitto in questo modo. A circa 500 metri dalla Cascina il povero Spassino, che procedeva ignaro della crudele sorte che lo attendeva, vide venirsi incontro i due sconosciuti, che gli intimarono di fermarsi. Quello che sia avvenuto di preciso In quel mo mento non è dato ancora sapere, ma è lecito intuirlo. I due malfattori, còlto un momento di naturale esitazione da parte dello Spassino, si gettarono su di lui, lo precipitarono a terra, brandendo i pugnali. L'agricoltore deve aver tentato di difendersi ed allorchè i criminali lo hanno vlolen temente colpito, mirando alla gola. Le armi affilatissime ebbero subito ragione della sua resistenza. Il disgraziato agricoltore, quasi sgozzato, si abbandonò esanime nel proprio sangue. Allora con cinismo ripugnante gli assassini depredarono il' suo corpo ancora caldo, del portafoglio. Il cadavere nel fossato Ma una amara delusione doveva attendere i due delinquenti, giacché il portafogli del colono non conteneva la grossa somma che essi si attendevano, ma soltanto poche centinaia di lire. Allora, e per l'ira di aver mancato un ingènte colpo, e allo scopo di occultare rapidamente quel corpo ingombrante, dato che, per la vicinanza della'cascina, non era improbabile che passasse gente, essi gettarono lo Spassino nel fossato che fiancheggia la strada; quindi, si dileguarono. Ma era destino che. quel giorno, i dintorni del cascinale rimanessero deserti. Infetti soltanto due ore dopo un contadino, che transitava lungo la strada, si accorse del corpo giacente nel fossato. Egli chiamò aiuto a gran voce e accorse gente. Ma si sopraggiunti, che tentavano di prodigare le prime cure all'uomo insanguinato « inanimato» non rimase più nulla da fare . essi si trovavao ormai davanti a un cadavere . Avvertiti , giunsero prontamente sul posto i carabinieri e con loro il medico condotto di san Germano Vercellese , dottor Gazzone . Il sanitario , constatando la morte dello Spassino indusse , dalla nature delle ferite che la fine del povero colono dovesse esserestata pressochè istantanea . Indagini e battute furono prontamente iniziate dai carabinieri per scoprire e catturare glia assassini , ma finoraesse non hanno sortito nessun esito. Tuttavia la caccia dei carabinieri continua attivissima , e sono state diramate istruzioni a vari Comandi della Benemerita per estendere le ricerche . Particolare pietoso : oggi ricorreva il primo anniversario d'un lutto che aveva colpito lo Spassino nei suoi affetti più cari : la morte della moglie . Un funebre destino ha ora riunito i due coniugi nella tomba.

 

IL PIROMANE

Settembre 1885

 Si scrive da San Germano in data 23 scorso mese : E' già da qualche tempo che la cascina denominata Parella , di proprietà dei signori eredi Sella e condotta in affitto dai sigg. Vigisa ed Enrico , sulle fini di Casanova Elvo , è diventata il bersaglio di qualche bricconcello.

E' incredibile a dirsi. Nel periodo di novemesi per ben tre volte essa è stata in preda alle fiamme divoratrici , con grave danno dei proprietari e degli affittavoli. Molte indagini si sono energicamente praticate dall'autorità giudiziaria inquirente locale , coadiuvata dagli stessi conduttori per scoprire l'autore del delitto , ma esse riuscirono frustranee .

Finalmente il 14 corrente , giorno di fiera a S.Germano , la campana del borgo con forti rintocchi invitava la popolazione Sangermanese ad accorrere per la quarta volta alla stessa cascina , dove si era sviluppato un grave incendio nei fienili , more solito . Questa volta però all'autore di questo atto vandalico toccò la sorte dovuta . L'indiziato di tale ribalderia è un certo Vietti Giovanni , diciannovenne , manuale degli stessi fittabili , signori Vigisa ed Enrico , che veniva tratto in arresto dall'arma dei Carabinieri di San Germano.

Interrogato in proposito , si mantenne in primis sulla negativa , declinando ogni responsabilità . Preso in seguito alle strette dall'egregio pretore , signor Como Avv. Giuseppe , e dal brigadiere , sig. Tirindelli Alessandro , dovette fare una confessione chiara ed esplicita della sua reità , cioè essere lui l'unico autore dei quattro incendi in parola. Ora trovasi nelle carceri giudiziarie di San Germano in attesa che la R. Procura di Vercelli lo richiami a sè per gli opportuni incombenti.

Bollettino delle assicurazioni organo degli assicuratori e degli assicurati - 1885

 

Briganti dalla Fiera di San Germano

Questa storia inizia la sera dell’8 marzo 1849, sulla strada fra Bollengo e Palazzo. Nel marzo 1849 in Piemonte soffiano “venti di guerra”. Fin dal 9 agosto 1848, quando l’armistizio Salasco di Milano ha posto fine alle ostilità della prima campagna della prima guerra di indipendenza, a Torino – capitale del regno sardo – si assiste ad una grande attività per ammodernare l’esercito e riprendere, si spera in modo vittorioso, la guerra contro l’Austria. Il fervore patriottico di Torino è certo assai meno sentito nelle province, come il Canavese, dove si percepisce la guerra imminente per gli inevitabili disagi e per i molti uomini richiamati alle armi.

Verso le sette della sera dell’8 marzo 1849, sullo stradale provinciale di Vercelli, fra Bollengo e Palazzo e più precisamente nella regione Causagna o Frassonera, il brigadiere dei carabinieri Giovenale Pepino comandante della caserma di Piverone, procede accompagnato dal carabiniere Pio. Il brigadiere ferma tre individui sospetti, che dicono di venire da San Germano diretti a Castellamonte, e chiede loro i documenti. I tre ne sono privi e il brigadiere minaccia di arrestarli. A questo punto, uno dei fermati spara un colpo di pistola, che colpisce il maresciallo al ventre uccidendolo all’istante. Il carabiniere Pio con il fucile colpisce alla testa quello dei tre compari che gli sta vicino. Il terzo, con un secondo colpo di pistola ferisce il carabiniere Pio al ginocchio sinistro. Così i tre malfattori possono allontanarsi.

Iniziano le indagini. Sul luogo dello scontro, presso il cadavere del brigadiere, si trovano una pistola a percussione, ancora carica, ed un cappello nero alla calabrese. La pistola è di tipo proibito perché la canna misurata internamente è lunga soltanto 164 mm (arma “insidiosa”). Una perizia medica accerta che il colpo mortale per il brigadiere, “penetrato alla parte sinistra, quattro dita traverse al di sotto dell’ombelico, lasciando una perforazione in forma circolare della larghezza di una lira”, ha perforato gli intestini e la vena cava, causando la morte immediata. Il carabiniere Pio, invece, presenta all’articolazione del ginocchio sinistro una ferita della lunghezza di tre centimetri per due, che interessa soltanto la pelle, guaribile in dodici giorni.

Le indagini accertano che quell’8 marzo, fra le 4 e mezza e le 5 e mezza pomeridiane, tre individui con i connotati di quei malfattori sono stati nell’osteria Coda a Settimo Rottaro, dove si sono fermati soltanto pochi momenti per bere una bottiglia. Sull’imbrunire di quel giorno tre individui, apparentemente gli stessi, sono andati a mangiare nell’osteria Boratto a Piverone, dove uno dei tre ha detto che arrivavano da San Germano e che intendevano andare a Castellamonte. Hanno poi mostrato molta premura e, infatti, se ne sono ripartiti circa tre quarti d’ora dopo. Verso le sette, un certo Regruto proveniente da Ivrea, li ha incontrati nei pressi di Bollengo. Subito dopo, a brevissima distanza, i tre hanno incontrato i carabinieri provenienti da Piverone e diretti verso Bollengo per la “corrispondenza”, cioè l’incontro con militari di altre vicine caserme. Quando i carabinieri hanno detto di volerli arrestare per mancanza di documenti, non hanno esitato a sparare e ad uccidere. Sono poi ritornati nella osteria Coda a Settimo Rottaro, verso le nove di quella sera, come dichiara la moglie dell’oste.

I tre sono identificati in Giovanni Battista Ferraro, Giovanni Battista Motta e Pietro Benna. Giovanni Battista Ferraro, detto Massolin, di trentasei anni, nato a Settimo Rottaro, già soldato è addetto al battaglione Invalidi di stanza ad Asti. È il più anziano e con precedenti penali. Gli altri due sono assai giovani, addirittura minorenni.

Giovanni Battista Motta, nato a Bosconero l’8 dicembre 1828, non ha ancora compiuto ventuno anni, ma è già maggiore dei diciotto, secondo la distinzione al tempo prevista dalla legge. Anche Motta ha dei precedenti penali. Pietro Benna è nato il 16 settembre 1831 al Boschetto di Chivasso, dove lavora come contadino. Al momento dell’uccisione del brigadiere, Benna non ha ancora compiuto diciotto anni. Ferraro, Motta e Benna sono arrestati, in data a noi sconosciuta. Il più scellerato è Giovanni Battista Ferraro. È lui stesso a fornire un suo ritratto e anche a chiarire gli avvenimenti della sera dell’8 marzo quando, in carcere fa delle rivelazioni ad un altro detenuto, Gauna. Mentre sono chiusi nella stessa cella, Ferraro gli racconta in confidenza “la malvagia sua condotta”: fin dall’età di dieci anni, ha fatto il borsaiolo poi è diventato un grassatore con altri complici. Teneva nascoste in vari luoghi armi e vestiti per utilizzarli in occasione delle grassazioni. Evidentemente anche cattivo militare, Ferraro è stato nel Corpo franco in Sardegna, dove gli è stato amputato il braccio destro. Per rimediare a questa evidente menomazione, che poteva farlo facilmente riconoscere, aveva predisposto in uno dei suoi nascondigli un braccio finto da mettere al posto di quello mancante. Sempre a Gauna, Ferraro racconta dettagliatamente tutti i singoli avvenimenti della sera dello scontro con i carabinieri. Spiega che dall’osteria Boratto di Piverone era andato sulla strada di Bollengo allo scopo di depredare un certo Rolle di Banchette mentre tornava a casa sua dalla fiera di San Germano.

Appare strano che Ferraro sia così ciarliero con un altro detenuto. Pare di capire, dalla sentenza, che Gauna sia un po’ ingenuo e sempliciotto. Ferrero si è forse lanciato in queste rivelazioni per apparire come un navigato masnadiero agli occhi del compagno di cella. Del resto Ferraro ha mostrato una certa tendenza a parlare troppo. Il cappello nero alla calabrese trovato sul luogo dello scontro è suo. Lo ha detto lui stesso, il 9 marzo 1849, giorno seguente all’uccisione, mentre con i suoi complici era in una osteria presso Albiano, nel quartiere della Torre di Balfredo, dove si è lagnato di aver perso il cappello. Ferraro viene riconosciuto dal carabiniere Pio come quello che ha colpito alla testa col suo fucile. Ferraro, verso le dieci e mezza della sera dell’8 marzo, è andato a chiedere ospitalità nella cascina dei fratelli Pollono a Settimo Rottaro. Questi lo hanno accolto ed hanno osservato che presentava una lacerazione al naso fatta assai di recente.

Altra importante scoperta fatta in istruttoria viene dalla pistola trovata accanto al cadavere. L’arma faceva parte di una coppia di pistole e la gemella è stata venduta, qualche tempo prima, da Giovanni Battista Motta ad un oste di Bollengo, Domenico Bravo detto Sarel. Domenico Bravo, persona di grande senso civico e di grande coraggio, presenta la pistola comperata da Motta e fornisce così una prova che collega questo accusato all’uccisione del brigadiere. Resta però il fatto del possesso di un’arma proibita. Viene anche compiuta una misurazione per controllare se gli accusati hanno potuto effettivamente compiere tutti i loro spostamenti da un luogo all’altro nel tempi indicati dai testimoni della accusa: tra le quattro e mezza e le cinque e mezza del pomeriggio a Settimo Rottaro, sull’imbrunire a Piverone, a Bollengo alle sette della sera, poi di nuovo a Settimo Rottaro, alle nove all’osteria e, infine, alle dieci e mezza nella cascina dei fratelli Pollono. La misurazione eseguita accerta la possibilità di questi spostamenti.

Alla conclusione della istruttoria, Ferraro, Benna e Motta, detenuti, con l’aggravante della recidività per Ferraro e Motta e l’attenuante dell’età minore per Motta e Benna, sono accusati di omicidio volontario del brigadiere dei carabinieri Pepino; di ferimento del carabiniere Pio; di porto di armi da fuoco di tipo proibito. Domenico Bravo, fuori carcere, è accusato di ritenzione in casa di una pistola di tipo proibito. Il processo si svolge nel giugno 1851, nella seconda classe criminale del Magistrato d’Appello, col Presidente conte Giambattista Schiari.

Come già nel corso dell’istruttoria, i tre accusati negano. Nel dibattimento, la loro linea di difesa, che presenta molte contraddizioni già evidenti nell’istruttoria, consiste nel sostenere di non essersi allontanati da Settimo Rottaro finché hanno lasciato l’osteria dei Coda, verso le dieci e mezza della sera, per alloggiarsi presso la vicina cascina dei Pollono. In aula trovano conferma i vari accertamenti dell’istruttoria. I tre si erano riuniti tutti con armi da fuoco, dal che si può facilmente desumere che quella sera progettavano una grassazione, fallita per intervento dei carabinieri. Per dimostrare che il cappello alla calabrese trovato sul luogo del delitto è proprio di Ferraro, gli viene chiesto di metterlo in testa. Lui si rifiuta, ma quando gli viene posato sulla testa, si vede chiaramente che gli calza. I giudici considerano veritiere le rivelazioni che Ferraro ha fatto al compagno di cella Gauna. Queste rivelazioni trovano riscontro, per quanto concerne i vestiti nascosti qua e là, dalle dichiarazioni dell’ex detenuto Trecca. Costui, quando era stato rilasciato dal carcere, era stato incaricato da Ferraro di chiedere alla vedova Passera di Caluso di portargli due paia di pantaloni che lui aveva lasciati a casa sua. Il testimone chiave è il carabiniere Pio, che dalla sentenza appare molto cauto nelle sue dichiarazioni. Accerta la responsabilità dei tre accusati ma non riesce a indicare con certezza il reale uccisore. Ferraro non ha sparato ma Pio non sa dire se sia stato Benna o Motta a sparare il colpo micidiale. Con ogni verosimiglianza, il colpevole è Motta: in un momento di collera per una discussione con un altro carcerato, ha esclamato che ne aveva già ucciso uno, e che era buono a ucciderne un altro. Motta sarebbe l’assassino del carabiniere e Benna il feritore di Pio, ma il tribunale non può dire di averne la certezza.

I giudici dimostrano una certa benevolenza nei confronti dell’oste Bravo. Riconoscono che ha reso un importante servizio alla giustizia e che era in possesso di una pistola di tipo proibito ma con l’attenuante di aver segnalato l’acquisto al sindaco. Nella valutazione della pena per l’omicidio ed il ferimento, bisogna tenere presente le attenuanti a favore di Benna, minore di diciotto anni, e di Motta, minore dei ventuno. Ferraro è giudicato soltanto complice. La sentenza del 23 giugno 1851 condanna Ferraro a dieci anni di lavori forzati, Motta a venti anni di lavori forzati e Benna a dieci anni di reclusione. Bravo è condannato a sei giorni di carcere che gli vengono condonati con regio decreto 29 settembre 1851.  L’art. 496 del Codice Penale del 1839 definisce “insidiose” le armi che possono essere facilmente nascoste, in modo da ingannare l’aggredito facendosi credere disarmati. Sono considerate tali le armi bianche con lama come stiletti, pugnali, stocchi, spade e sciabole in bastone ed inoltre i tromboni, le pistole fatte a trombone e le pistole corte, ovvero con una canna non superiore a 171 millimetri di lunghezza misurata internamente. L’art. 498 dello stesso Codice punisce col carcere, da 6 mesi a 4 anni, chi è in possesso di armi insidiose al di fuori della sua abitazione. Se tali armi sono invece tenute in casa, il possessore è punito col carcere fino a 2 anni.

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