Il Naviglio del Borgo

 

I non molti documenti conservati relativi ai primi due secoli di attività del Naviglio attestano che quando fu fatto la prima volta, fu ordinato dalla Madama Violante Duchessa di Savoia, et costò fiorini 196.000 di Savoia». I lavori di costruzione vennero iniziati nel 1468, in seguito a uno «stabilimento» del 26 gennaio 1466 con cui Amedeo IX «concedeva» alla consorte di derivare dalla Dora Baltea l’acqua per il canale «et farla condur per Cigliano et altri luoghi nel Vercellese, con facoltà di far sopra esso Naviglio construer molini et altri ordegni, e goder dei redditi»

Nell’agosto 1472 Jolanda inaugurava il Naviglio percorrendo in barca il tratto da Ivrea al mulino della Boscarina, uno dei più antichi e importanti tra quelli che sfruttavano le acque del canale, che era quindi navigabile e poteva ritenersi pressoché ultimato. All’epoca il Naviglio era largo circa 9 metri da Ivrea fino a Borgomasino, di qui alla Boscarina misurava circa 6 metri e si restringeva infine a 3-4 metri nel tratto che giungeva fino a Vercelli; era inoltre profondo circa un metro e mezzo. Il rilievo del canale per l’economia del territorio interessato è messa in evidenza da una bolla pontificia del primo ottobre 1472 con cui Sisto IV proibiva, «sotto pena di scomunica», di arrecare danni al Naviglio o di impedirne il corretto funzionamento, ed è ribadito dalla lunga serie di patenti ducali e di provvedimenti emanati con continuità nei decenni successivi per garantirne il buon funzionamento. Nel 1485 Carlo I di Savoia emanò specifiche disposizioni per la «diffesa, manutentione et governo di Naviglio, alveo, acqua et sue dipendenze»: un «conservatore e giudice» del Naviglio venne appositamente incaricato dal governo per evitare che venissero danneggiate le opere idrauliche (chiusa sulla Dora, argini, «sorratori») e che se ne utilizzasse l’acqua senza licenza; venivano inoltre vietati coltivazione e pascolo sulle rive del canale e si richiedeva l’abbattimento di quegli alberi che, per eccessiva vicinanza alla via d’acqua, avrebbero potuto ostacolare il transito delle imbarcazioni. A provvedimenti di questo tipo si accompagnarono norme specifiche inerenti alla concessione di diritti d’uso, alla regolamentazione delle forme di adacquamento e alla gestione della rete dei canali che, insieme ai frequenti contenziosi che vedevano coinvolti il governo centrale e gli organismi locali, testimoniavano l’importanza dello sfruttamento delle acque del Naviglio, attestandone, tra la fine del XV secolo e i primi decenni del successivo, un prevalente utilizzo per fini irrigui e produttivi. Particolarmente rilevante in questo senso fu il ruolo svolto dagli enti religiosi.

Durante la dominazione francese (1536-1559) l’insabbiamento dell’alveo e continui danni e «rotture», spesso provocati da alluvioni, compromisero gravemente il funzionamento del canale, rendendolo inutilizzabile per lungo tempo. Emanuele Filiberto, tornato in possesso dei territori piemontesi a seguito del trattato di Cateau-Cambrésis (1559), avviò un’intensa attività di canalizzazione – poi proseguita dal figlio Carlo Emanuele I (1580-1630) –, emanando leggi per favorirne la realizzazione e l’esercizio, a cui si accompagnò un tentativo di riorganizzazione amministrativa in materia di acque e canali, che interessò anche il Naviglio di Ivrea. Nel 1577, per dirimere le frequenti liti che riguardavano l’uso delle acque, i canoni e gli oneri relativi alla manutenzione, venne istituito con Patenti ducali il Magistrato per le Acque, con giurisdizione specifica in materia di acque e canali, che durante il governo di Carlo Emanuele I assunse anche funzioni di controllo e supervisione tecnico-amministrativa. A questo periodo risale il progetto per la ristrutturazione del Naviglio eporediese preparato, su committenza di Emanuele Filiberto, da Alessandro Resta, ingegnere idraulico, architetto, cartografo e livellatore «milanese» che il duca aveva chiamato al suo servizio nel 1562, nell’ambito del progetto di ricostruzione dello Stato seguito all’occupazione francese.

 

Alessandro Resta, progetto per la riqualificazione del Naviglio di Ivrea, 1566 Presso San Germano è visibile una derivazione (Presa de particulari di S.Germano) non più esistente , probabilmente sostituita a fine 800 dalla presa sul Canale Cavour del navilotto del Pascolo.

Nonostante gli interventi progettati da Resta, nei decenni successivi ulteriori danni e rotture compromisero gravemente il funzionamento del canale. Tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento vennero pertanto coinvolti in progetti e interventi di riparazione all’imboccatura e all’alveo i principali ingegneri dell’epoca: tra di essi Melchiorre Piantino, Pietro Elia e il «milanese» Pietro Antonio Barca, ingegneri impegnati in periodo coevo in altre importanti opere idrauliche, e gli ingegneri ducali Ascanio Vitozzi e Carlo di Castellamonte, che tra il 1616 e il 1623 progettò significative «reparationi», tuttavia non risolutive.Soltanto dalla seconda metà del XVII secolo, quando Carlo Emanuele Filiberto di Simiana, marchese di Pianezza, dopo aver acquistato «le ragioni del Naviglio» da Carlo Emanuele II in cambio dei redditi derivanti dalla concessione del diritto d’uso delle acque, si fece carico delle ingenti e onerose opere di rifacimento e restauro necessarie, il canale tornò a funzionare e a essere almeno in parte navigabile. Il Naviglio venne «prolungato ed ampliato» su progetto dell’ingegnere Maurizio Valperga, e tornò a fornire acqua per irrigare campi e prati e forza motrice idraulica per l’attivazione dei mulini; in alcuni casi l’acqua da esso derivata venne utilizzata anche per scopi difensivi. Al progetto di Valperga per la «continuatione dell’Hasta del Naviglio» con la realizzazione di un «novo cavo terrazato » che lo facesse confluire nel Sesia fanno riferimento due disegni inerenti alla parte del canale vicina a Vercelli,che documentano le diverse modalità di sfruttamento delle sue acque. Il primo, di mano dello stesso Valperga, datato 1675 e sottoscritto dal duca Carlo Emanuele II, raffigura il tratto tra San Germano e Vercelli e riporta rogge, bealere e fontane derivate dal canale e cascine e mulini che si servivano di tali acque.

1675 - La località contrassegnata con la lettera A è San Germano

In San Germano il naviglio era anche utilizzato come parte importante dell'antica fortificazione , riparando il lato sud del Borgo , ed isolando con due ponti i due ingressi al paese , al lato est e ovest. La strada Reale infatti deviava attorno al Borgo passando per l'attuale Viale Franzoj.

Nella seconda metà del 700 la comunità sangermanese vista la non più esistente cinta muraria e l'inutilità che la strada Reale deviasse attorno al Borgo, Per parere del conte Sebastiano Beraudo di Pralormo , quale regio delegato per le infrastrutture viarie e demaniali " il quivi unito ricorso della Comunità di S.Germano acciò la nuova strada che si doveva formare tendente da Cigliano al Capo luogo della ricorrente si facesse continuare fino alla contrada detta del borgo d'esso luogo per i motivi in essa supplica espressi. 21 novembre 1772". Nel 1777 il comune di San Germano appronta "Un piano regolatore della strada attuale detta di Torino esistente accanto all'abitato di San Germano con d del progetto di dirigerla nella contrada del Borgo". L'opera ebbe pesanti ricadute nelle abitazioni lungo tale contrata (l'attuale Corso Matteotti ) , furono abbattuti gli antichi portici che ornavano le facciate di una quindicina di case nobili poste lungo la via , per permettere il passaggio di una doppia fila di carri .

Primi 800 - Tragitto del Naviglio nel vercellese

Fino a tutto il XIX secolo la definizione che ebbero i sangermanesi era di "Naviglio del Borgo" tale citazione è avvalorata dai testi dell'epoca.

Il Naviglio all'ingresso del Borgo nel 1920

Il Naviglio all'interno del Borgo nel 1930