I Giorni dello Statuto Albertino

Lo Statuto del Regno o Statuto Fondamentale della Monarchia di Savoia del 4 marzo 1848 (noto come Statuto Albertino, dal nome del re che lo promulgò, Carlo Alberto di Savoia), fu lo statuto costituzionale adottato dal Regno di Sardegna il 4 marzo 1848 a Torino.

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La gioia e l'entusiasmo si tramutarono in delirio il dì che il Magnanimo Re Carlo Alberto proclamò lo Statuto, e dopo essersi rotta la gola per gridare evviva al Re! morte ai tiranni! disse fra sè: « Sono italiano, e per l'onore di questo sacrosanto titolo voglio e devo operare a  pro della patria. » E corse difilato nella sua cameretta scrisse quanto segue: (e ciò all'età d'anni 20).

TORINESI!

« Il vostro magnanimo Re nel darvi libere » franchigie vi permetterà anche prestare il vostro braccio a sollievo degl'infelici nostri fratelli, ed essend'io uno di quelli che sof» ferse i mali trattamenti d'un governo persecutore; vi esorto a unirvi per far proclamare decaduto il governo dei despoti, e giacchè i comitati di Lombardia e di Venezia » hanno fissato il 22 marzo per insorgere una» mimi al grido di Viva Italia! Recativi in via » di Po, al caffè della Mocca ove vado a sedermi per fare un arruolamento di volontari, che al grido Viva il Re! Viva lo Statuto! » Viva l'Italia! meco volino al Ticino per esser pronti a soccorrere i fratelli oppressi.

» Torino 9 marzo 1848. »

Al canto giulivo di libere canzoni e festosi come se si recassero alla danza, o ad un lauto banchetto, percorsero lo stradale che da Torino mette a Settimo e ciò in men di due ore. Ma se essi erano giulivi, non erano a lor secondi gli abitanti di Settimo che vennero ad incontrare la colonna a molta distanza con torchie da vento e colle più entusiastiche acclamazioni, ed arrivata che fu, l'obbligarono a fare un piccolo alto, perchè avevangli preparata una merenda.

Il rinfresco durò per ben due ore e nessuno dei volontari potè pagare la benchè minima moneta, perchè tutto era pagato, e pagato da mano ignota.

Un brindisi al Re, all'Italia, ai Settimesi ed ai volontari fu fatto; ed ordinata la riunione partirono alla volta di Chivasso.

Era la mezzanotte allorquando passavano da Brandizzo, eppure vi fu chi aperse la cantina per dar da bere a chi ne avesse d'uopo; ma siccome l'ora era tarda e non si volevano disturbare i pacifici abitanti, accettarono in silenzio del vino e proseguirono per Chivasso. Incontrati al ponte Dora da numerosa gioventù e da un delegato del Municipio, fecero il loro ingresso colle solite acclamazioni e con luminaria; condotta la colonna nella corte del palazzo Comunale, venne chiamato dalla Giunta il comandante d'essa e dopo averlo encomiato oltremodo gli disse, che dividesse la sua compagnia in sei pelottoni da venti persone cadauno; e consegnatigli sei stampati ove i rappresentanti della città invitavano i sei migliori albergatori a fornire di vitto, di vino e d'alloggio venti volontari ciascuno a spese municipali. Ciò fatto pregarono il comandante d'essa d'accettare un banchetto all'albergo della Regina; per cui in Chivasso a due ore dopo mezzanotte si videro aprire tutti gli alberghi ed i caffè, con numeroso concorso di popolazione come fosse in pien giorno e nel dì della festa. Ed in fatti era una sacra festa quella a cui si apprestavano; era la difesa della patria! E qual è mai quella famiglia in Italia, che non lamenti il padre, lo sposo, il fratello? Ma sono martiri che acquistarono in cielo la palma sacra della gloria! Per cui ripeto: che dolce è l'amore della patria e dolcissimo dev'essere il difenderla. L'allegria fu prolungata sino alle cinque del mattino, quindi il nostro eroe amando d'esser sollecito nella sua impresa, propose la partenza, che fu acclamata dai suoi volontari, ed in luogo di recarsi al riposo fu battuta la riunione e partirono per Vercelli, non senza attestare la più sincera gratitudine ai Chivassesi. Inutile il ripetere che tutti i paesi della linea contribuirono chi più, chi meno a festeggiare il passaggio di quei prodi, che incoraggiati dalle popolazioni e sovente ristorati, fecero una sola tappa da Torino a Cigliano; ove stanchi veramente dal viaggio, perchè non tutti abituati, accettavano oltre al vitto, anche l'alloggio. A Tronzano ed a S. Germano ebbero rinfreschi e colazione colle solite accoglienze, e finalmente a due miglia da Vercelli furono incontrati dalla musica e da immensa folla di quei valorosi e generosi cittadini. Un domestico del conte C. recava seco un discreto cavallo sellato, tenendolo per la mano, e giunto di fronte alla colonna richiese chi ne fosse il comandanle; ed il nostro eroe essendosi qualificato per tale gli fu consegnato quel destriero, pregandolo di cavalcarlo. Ma il nostro comandante che sapeva di non aver conoscenze in Vercelli, e che non si credeva meritevole di tanto, esitava, ed allora il domestico soggiunse: a Signore, il mio, padrone è vero n che non ha l'onore d'esservi amico, ma essendochè egli ama assai la patria e non può » per motivi plausibili prestarsi per essa personalmente, stimò opportuno presentare a voi » in dono questo destriero, perchè vi serva di » sollievo nelle fatiche della guerra, e per at» testarvi la sua sincera affezione alla causa comune » . A sì nobili accenti il nostro eroe accettò il dono, proponendosi di recarsi a porgere i suoi ringraziamenti e giurando di maggiormente occuparsi pel patrio riscatto; perchè così operando era certo di ricambiare le innumerevoli genti. lezze ed onori ricevuti, oltre al compiere il dovere di vero Italiano. La colonna entrava in Vercelli fra le grida più dolci e più eccitanti che si potessero udire a quei dì, i fiori gli venian gittati d'ogni parte, le bandiere sventolavano dalle finestre parate a festa e le signore non sapevano darsi posa dall'acclamare o colla voce, o con segni d'esultanza. Percorsa in tal guisa la via di porta Torino ed arrivati sulla piazza municipale furono ricevuti da alcuni Consiglieri Comunali a ciò delegati e la colonna venne distribuita per cura del municipio in tante piccole squadre, e mandata a spese della città ad alloggiare i migliori alberghi. Finita questa cerimonia il nostro capo disponevasi di già per rintracciare la casa del conte C. onde andarlo a ringraziare del dono fattogli, ma appena voltosi a persona per domandare di lui si vede stringere al seno da un uomo canuto e d'aspetto venerando; il quale gli dice: zitto, Signore! seguitemi ed il C. Vi terrà compagnia a pranzo. Un amplesso generale si ripetè fra il nostro veterano e le persone che il circondavano, le quali finirono per prenderlo in centro e condurlo propriamente alla casa del prelodato conte C. ove comitiva sublime, lauto banchetto e vini scelti l'aspettavano. Un corriere giunto da Novara e diretto a Torino annunciò che a Milano la rivoluzione durava da ventiquattr'ore, perchè scoppiata il 18 marzo in luogo del 22 e che il cannone rumoreggiava assai. Allora il nostro veterano temendo sempre d'essere in ritardo, si licenziò dalla briosa e mobile sua compagnia e mandata un'ordinanza in giro potè entro un'ora aver pronta la colonna, e parti coll'ansia di presto arrivare ove udir bene si potesse il rombo del Cannone. A Borgo Vercelli e ad Orfengo altre dimostrazioni e nuovi rinfreschi, sinchè giunti a Novara ad ora tarda furono ricevuti con lumimaria e guidati nel convento degli Oblati, ove il municipio aveva fatti preparare i letti necessari pel riposo di sì nobile gioventù, ed il nostro comandante fu alloggiato all'albergo dei Tre Re per conto dello stesso signor Sindaco. Alla mattina per tempo la città mandò nel convento diversi miriagrammi di carne, del riso, delle paste, delle verdure, vino, pane e caccio per tutta la colonna; mentre due distinti cittadini onorarono d'una visita il nostro comandante tenendogli compagnia, e pagando anche per esso tutto ciò che si fossero fatti servire. Ma verso sera, ed era il 20 marzo il cannone si fece sentire assai, per cui il nostro comandante che non avrebbe mai permesso, che i suoi l'eccitassero, corse al convento e Veduto che la colonna si trovava quasi tutta riunita avvisò per la partenza entro un'ora; cosa che non si potè effettuare, perchè il governatore di Novara, non poteva ancora permettere, che persone armate varcassero la frontiera a sua insaputa; per cui mentre la colonna era riunita per la partenza, si convertì la riunione in vi: site di gratitudine ai cittadini Novaresi e recatisi in bell'ordine sotto le finestre dello stesso generale De-Sonnaz, gli gridarono evviva tali da farlo venire sul pergolo a ricambiarli ed a ringraziare. Poscia si fece altrettanto al Municipio, indi al Comandante della Guardia Nazionale e ricondotta la colonna nel convento si finì la festosa serata coll'ordine del giorno seguente.

 

Dalle memorie di Teodoro Calabria , veterano  del 1848