San Germano e la

II Guerra di Indipendenza

(1859)

A seguito dell'ultimatum austiaco del 23 Aprile 1859 che chiedeva la smobilitazione delle truppe Piemontesi , e al seguente rifiuto del Piemonte, il 29 Aprile 1859 con l'attraversamento del Ticino da parte dell'esercito austriaco , iniziava la II Guerra di Indipendenza .

Nel giro di pochi giorni , incontrando poca resistenza l'esercito invasore raggiunge Mortara il 30 Aprile , Novara il 1 Maggio , e Vercelli il 2 Maggio.

Nel frattempo lo Stato Piemontese aveva preparato con lo scopo di impedire l'avanzata Austriaca verso Torino , l'allagamento della campagna Vercellese.

L'allagamento facilitato dalla già avvenuta sommersione delle risaie , iniziò il mattino del 25 aprile sotto la direzione dell'Ing Noè  e durò fino al 29 , nel territorio compreso tra Crescentino e San Germano si riversarono 39 milioni di metri cubi d'acqua provenienti dai canali ; Depretis , Naviglio d'Ivrea e Canale del Rotto , al ritmo di 90 mc al minuto , la distruzione di ponti , alcuni sbarramenti artificiali e lo scavo di fossi larghi due metri che attraversavano la varie strade ,crearono una situazione pressoche impossibile all'avanzata delle artiglierie nemiche e ai vari cariaggi. Una relazione ufficiale austriaca dice testualmente :"I distaccamenti imperiali spinti a San Germano trovarono lo stradale per Torino e la ferrovia tra Vercelli e San Germano interrotta in 110 punti , la strada per Tronzano in 36 punti , la strada per Santhià in 30 punti.".

All'altezza del nostro paese iniziò lo smantellamento delle traversine ferroviarie per impedire l'utilizzo della ferrovia da parte delle truppe nemiche.

San Germano fù allagato solo dal giorno 28 , per permettere la ritirata verso Cigliano dei nostri Reggimenti di Cavalleria provenienti da Vercelli . In quel momento il nostro paese venne a trovarsi al centro delle attività belliche a causa delle scorrerie di alcune pattuglie nemiche , fù infatti approntato un improvvisato Ospedale da campo  nell'allora asilo infantile , tale Ospedale risulta attivo fino alla metà del mese di Maggio dalle annotazioni del registro parrocchiale :

" Oggi 11 Maggio 1859 è stata dichiarata per iscritto inserto al fine del presente doppio registro la morte di Rocico soldato dell'8 compagnia del regg. Imperatore Francesco Giuseppe avvenuta il 9 corrente nelle fini di San Germano , sepolto il 10 in questa parrocchia " . Altra analoga nota obituaria al 13 Maggio , relativa al soldato Vicinc Giovanni , di 20 anni da Capo d'istria del regg. Binfer n.22  , compagnia 15° coll'avvertenza: "Le suddette indicazioni ebbe il sottoscritto parroco (Eutimio Graziano) dallo stesso soldato mentre era infermo durante l'occupazione austriaca di questo paese".

All'alba del giorno 11 Maggio l'11° divisione di cavalleria composta da tre colonne , diretta verso Vercelli , si attestava a San Germano dove passava la notte. All'indomani una pattuglia della stessa partiva in ricognizione verso Vercelli ove si scontrava con una pattuglia di 5 ussari , di cui uno veniva ucciso e un altro fatto prigioniero e trasportato a San Germano.

Impossibilitati a proseguire e minacciati dall'esercito Piemontese a cui nel frattempo si erano aggiunti i rinforzo Francesi dell'imperatore Napoleone III , gli austriaci il 19 Maggio riattraversarono il Sesia a Vercelli e lasciarono definitivamente il territorio sangermanese.

A ricordo dei sacrifici subiti e della collaborazione delle popolazioni di tutto il territorio Vercellese , la città di Vercelli venne insignita della Medaglia d'oro delle Città benemerite del Risorgimento.

La cronaca di quei giorni ..........

In data del di 10 maggio 1859 II il ministro Cavour scrisse al Garibaldi la seguente lettera: «Signor generale - Lo invito ad avviare la sua colonna verso S. Germano ed a mettersi a disposizione del generale Sonnaz per le operazioni dirette a scacciare i Tedeschi da Vercelli. Liberata quella città, potrà progredire a seconda delle istruzioni ricevute da S. M. Sonnaz è a S. Germano. » Sollecito il generale Garibaldi ad eseguire il nuovo ordine, richiese che il capitano Gorini che colla sua compagnia e con pochi cavalli, per ordine bene avvedutamente dato dal generale Cialdini, era rimasto in Ponte-Stura, raggiungesse al più presto la brigata in Chivasso per Brozolo. Nel tempo stesso fece anche venire in Chivasso il terzo mezzo-reggimento, del quale il primo battaglione era da poco arrivato in Torino, e il secondo stava in Ivrea. Per tal modo riuniti tutti i sei battaglioni dei Cacciatori delle Alpi colle Guide a cavallo e coll’ambulanza, il giorno 12 andarono portati per la via di ferro da Chivasso a S. Germano. Piovve tutto quel giorno, nel quale a due ore arrivarono a S. Germano i tre mezzi-reggimenti dei Cacciatori delle Alpi, e sotto la pioggia continua e forte il generale Sonnaz usci loro incontro. Fin dal giorno IO egli stava in S. Germano, essendo quivi accantonate e nei luoghi intorno le truppe suddette. Come fa il generale Garibaldi arrivato a S. Germano col primo mezzo-reggimento, l’onorando veterano l’accolse con affetto sincero, e questo tanto più venerando, inquantochè traspariva su volto abbronzito e disotto a grigi baffi.  Pioveva tuttora. Egli, avendo a fianco il generale Garibaldi, fece schierare quei due primi battaglioni nella piazza principale del paese, fece aprire le righe e li passò in rassegna, movendo interrogazioni e parole di conforto, e non senza lode breve ed efficace a uffiziali e militi. Poi mise uno dei suoi agli ordini del Cosenz, comandando che accompagnasse al luogo destinato al suo mezzoreggimento, che fu il tratto di paese avanti fra Pettive e Salasco. Medesimamente accolse il secondo mezzo-reggimento, e lo mandò in avamposto a Capriasco e Strella. Così ancora, tuttochè la pioggia rincalzasse, aspettò a sera l’arrivo del terzo, e lo passò in rassegna, e poi lo mandò a occupare il paese a sinistra fra Robarello e Olcenengo. All’uscita di S. Germano sulla strada postale erano due cannoni dietro un parapetto di terra. A Salasco, a Capriasco e a Olcenengo furono fatti tagli di strade e di sentieri, e costrutte barricate a difesa contro i nemici che da Vercelli fossero venuti innanzi per la strada di Cassine di Strà a Capriasco, per quella di Selve a Salasco, per la via ferrata a Strella e per la via comunale a Olcenengo. E a Quinto stava un forte corpo nemico. Sicché in S. Germano e nei luoghi intorno erano sotto il comando del generale d’armata Di Sonnaz queste truppe, quattro reggimenti di cavalleria di linea, due batterie di artiglieria a cavallo di sei pezzi ciascuna, ducento sessanta carabinieri reali a piedi e quaranta a cavallo, un battaglione di bersaglieri e sei battaglioni dei Cacciatori delle Alpi. Minimo era il suo stato-maggiore, anzi in quei giorni non aveva altri appresso di sé che il capitano Mecca, suo aiutante di campo, il quale si portò con molta operosità, e veramente si può dire che lavorò per quattro. La mattina seguente, Ha, il generale di Sonnaz ordinò una sortita contro Vercelli, la quale egli faceva d’accordo col generale Cialdini. La combinazione era cosi stabilita: la quarta divisione, marciando da Stroppiana, ove era passata da Casale, doveva attaccare Vercelli pei Cappuccini Vecchi e Billieme, se non erro, e per la via di ferro che viene da Casale; il corpo di truppe del generale di Sonnaz si doveva trovare a mezzodì a giusta distanza da Vercelli, e al sentire il cannone alla sua destra doveva andare innanzi a Cassine di Strà. Credo altresì che una mossa girante dall'ala sinistra doveva essere fatta contro il trinceramento austriaco al ponte della strada ferrata sulla Sesia dietro Vercelli. ‘ Il generale di Sonnaz adunque nelle prime ore di quel giorno usci fuori da S. Germano. e il Garibaldi che in questo medesimo villaggio stanziava col suo stato-maggiore immantinenti gli tenne dietro per la grande strada a_Capriasco. Quivi giunse un uifiziale del generale. Cialdini, il quale mandava avvisare che per nuovi ordini sopraggiunti non poteva più in quel giorno farsi il divisato attacco. Forse si pensò che, essendo il nemico già forte a Palestre e avendo fatta una testa di ponte -colà innanzi sulla Sesia, non era bene procedere fino a Vercelli col fianco destro esposto a quella posizione nemica. Allora il generale di Sonnaz si ridusse a fare' una semplice ricognizione militare verso Vercelli, e ordinò che non tutti i battaglioni dei Cacciatori delle Alpi, ma solamente i due che erano a Capriasco e Strella andassero innanzi ; gli altri, cioè quelli del primo e del terzo mezzo-reggimento, restassero pronti ai loro posti. Così a mezzogiorno i quattro reggimenti di cavalleria di linea stavano in colonna sulla strada da Capriasco a Cassine di Strà ; a sinistra era disteso in catena il battaglione dei bersaglieri, allo sbocco della strada di mezzo, dietro il ponticello, stavano due cannoni in batteria; alla vicina casa parrocchiale era una gran guardia di cavalleria con piccoli posti avanti ; a destra, sulla via di Sali, vi erano altri due pezzi di artiglieria con bastevole sostegno; e i due battaglioni dei Cacciatori delle Alpi stavano a parte in testa della colonna a Cassine di Stra, parte a destra verso Sali; i rimasti tra Salasco, Capriasco e Olcenengo stavano in riserva. Il generale di Sonnaz che molta fiducia aveva nel buon efietto dell’attacco, se si fosse fatto, aspettò buona pezza in quella disposizione, colla speranza di nuovo avviso. Da ultimo ordinò al Garibaldi che conducesse parte delle sue genti innanzi nei prati a destra della strada, e al comandante dell’artiglieria, maggiore Seyssel, che facesse quattro tiri di cannone. Il generale Garibaldi allora si scagliò fuori con i suoi, e in un attimo la strada ne fu tutta ingombra. Invano un suo ufficiale pregavalo di sgombrare il terreno avanti ai cannoni; tanto era I’impeto con cui si mosse. Ma indi a poco venne il capitano Mecca a pertargli l’ordine espresso dal generale di Sonnaz che sgombrasse la strada di mezzo e stendesse la catena dei Cacciatori sul limite del prato a destra. I cannoni fecero un quattordici o quindici tiri contro la testa di una colonna nemica che apparve presso aun chilometro e mezzo sulla strada di Vercelli, tiri molto bene diretti dal bravo maggiore Seyssel in persona. Intanto il Garibaldi spiegò la catena dei suoi Cacciatori fin presso alla via che mena a Montanero, con dietro acconciamente collocati sostegni e riserve. Poi, non scorgendo nemici, la fece avanzare e prolungare a destra, poco di qua da Cavo Provana, ove furono dai nostri e dain Austriaci tirati non pochi colpi di moschetto. Il Garibaldi era sempre innanzi, e poneva tanta cura nell’ordinare e correggere il collocamento dei suoi Cacciatori, che pareva fosse in un campo di esercizi. Indi a poco.il generale di Sonnaz mandò ordine di ritirarsi. Già il nemico era retroceduto a sua volta. ’ I battaglioni dei Cacciatori delle Alpi ebbero a formare nella ritirata la dietroguardia; ma il generale Garibaldi li lasciò ancora una buona mezz’ora in posizione, facendo eseguire ai carabinieri genovesi la formazione delle quadriglie e il cambio della catena. E anche allorquando fu tutta la retroguardia avviata sulla grande strada con i corrispondenti fiancheggiatori, egli, quasi non potendo risolversi a ritornare senza aver potuto neppure questa volta azzannare l’inimico, se ne stava tuttavia fermo sul ponticello di Cassine di Stra a guardare dalla banda di Vercelli. Da ultimo volle porre in agguato alcuni suoi Cacciatori, ed egli stesso si mise dietro un riparo, ordinando a quelli che lo seguivano di benanche nascondersi, perché sperava che almeno una qualche pattuglia nemica ci desse dentro; ma fu tempo sprecato a danno della giusta distanza del retroguardo dal corpo principale che si ritirava a S. Germano. Il generale di Sonnaz continua tuttora a dire che se quel giorno si fosse eseguito l‘attacco siccome era stato combinato, gli Austriaci avrebbero sgombrato Vercelli e ripassato la Sosia. Certo dovè il generale Cialdini rimanersene per ordine superiore, e non senza buona ragione militare. Continua eziandio il generale di Sonnaz ad allarmare che in quella ricognizione offensiva i Cacciatori delle Alpi si portarono bene. Dei più dolenti per l’ineseguito attacco in quel giorno fu Sebastiano Tecchio, commissario regio, che stette sempre accanto ai due bravi nostri generali.

Storia politico-militare della guerra dell'indipendenza italiana (1859-1860), Volume 2
La Spia Lo scontro di Cascine Strà
Il mattino del giorno 5 maggio le Autorità di Biella avendo avuto sentore che si avvicinava a quella città proveniente da Vercelli per Gattinara uno sconosciuto su cui pesava il sospetto di essere una spia del nemico , i reali carabinieri ebbero l'ordine di andarne in cerca e di arrestarlo. L'ordine venne eseguito.  L'arrestato dichiaro chiamarsi Enrico Dossena, essere nativo di Pavia, d’anni 26, di condizione lavorante pellettiere ; essere partito da Pavia per venirsi ad arruolare nelle regie truppe; essere passato tra il 27 ed il 28 aprile p. p. per Carbonara e Garlasco, indi nel giorno 29 a Mortara, dove si fermò fìno a tutto il 2 maggio, e da Mortara essere poi venuto a Vercelli, di dove partiva il giorno 4. Fu trovato munito di una carta giallo-nera rilasciatagli dal Commissario di polizia di Pavia il giorno 26 aprile per recarsi a Piacenza ed in Piemonte, valevole per lo spazio di un anno. Aveva parecchie monete in un porta-monete, ed un sacchetto con entro 270 mezze svanziche. Era stato condotto a Gattinara da un vetturale per nome Giuseppe Piotto, ed a Gattinara erasi accompagnato con lui nella stessa vettura un certo Rivasio, nativo di quel paese.

Il vetturale dichiarava che la sua vettura era stata requisita in Vercelli dal Comando militare austriaco, e che scendendo le scale del palazzo dell'lntendenza generale di quella città, dove dimorava un generale nemico, un Ufficiale austriaco indico al Dossena quella vettura dicendogli esser pronta per lui,e partisse per S. Germano. Dopo breve tratto di strada s‘ incontrava con l‘Ufficiale del primo picchetto austriaco , il quale avvertiva il Dossena, la strada per S. Germano essere rotta e quindi dover mutare direzione. Il Dossena in seguito a questo avviso si rivolgeva verso Gattinara, dove passò la notte, e la mattina susseguente alle 6 imponeva al vetturale di condurlo a Biella, raccomandandogli che se qualcuno lo interrogava sul conto suo gli dicesse essere di Vercelli. Il Dossena contraddiceva le asserzioni del testimonio : ma al confronto questi sostenne la voracità delle sue informazioni, e l'accusato non seppe più che rispondere. La mattina del 6 maggio verso le ore 8 il Dossena confesso di essersi abboccato in Vercelli nel palazzo del'lntendenza con un ufficiale austriaco, di avere ricevuto da lui l'incarico di percorrere lo stradale da Gattinara a Biella per riconoscere se le strade erano guasto, e di avere ricevuto dal medesimo ufficiale 160 svanziche.

Il Commissario straordinario per le Divisioni di Novara e di Vercelli, in conformità delle disposizioni del Codice penale militare, convocava il Consiglio di guerra della Divisione per giudicare il Dossena. ll Consiglio si radunava diflatti alle ore 11 antimeridiane, e dopo i dibattimenti e le deliberazioni, alle ore 2 pomeridiane sentenziava, all'unanimità dei sette suoi componenti, il Dossena colpevole dell'appostogli reato,e lo condannava alla morte passando per le armi. La sentenza, confermata dal R. Commissario straordinario, era eseguita immediatamente.

Gazzetta dei tribunali: giornale universale di legislazione e di giurisprudenza - ANNO 1859-60

Il 1° squadrone del reggimento Savoia cavalleria agli ordini del luogotenente conte Spini partiva da S. Germano con l'incarico di riconoscere le Cascine di Strà , di attaccare tutte le pattuglie nemiche che si fossero incontrate e di assumere tutte le possibili informazione su Vercelli. Strada facendo il conte Spini dai mondarisi fu informato che nella sera precedente 200 fanti austriaci erano stati a guardia delle Cascine di Strà e che nella mattina circa alle 4 e 1/2 , si era aggirata in quei paraggi una pattuglia di 6 ussari , pattuglia che poi frettolosamente si era dileguata verso Vercelli.

A Cascine Strà la sezione del tenente Spini si fermò e l'audace ufficiale si spinse da solo sullo stradone di Vercelli di dove speculando col canocchiale gli venne fatto di scorgere un gruppo di cavalieri nemici venienti dalla città. Allora ritornato sui suoi passi dispose i suoi uomini dietro le case fiancheggianti lo stradale in modo da non essere visti ed incaricò il sergente Pianca di portarsi con cinque soldati sulla strada che dalle Cascine va a Desana per poi da questa ritornare sulla strada di Vercelli ad est delle Cascine allo scopo di tagliar la ritirata ai cavalieri nemici quando fossero stati da lui caricati. I cavalieri erano 5 ussari del reggimento Kaiser N. 1. Giunti a Cascine Strà furono caricati dal tenente Spini ma pare che questi non si perdessero d'animo perchè poterono far fuoco contro gli assalitori e quindi a briglia sciolta ritirarsi. Inseguiti e raggiunti uno degli ussari fu ferito da un colpo di sciabola alla faccia infertogli dal sergente Vieuxbollay che poi aiutato da qualche altro , potè farlo prigioniero.

Il luogotenente intanto proseguiva l'inseguimento dei quattro ussari , che pur fuggendo , fortunatamente senza danno , facevano fuoco sugli inseguitori. Più fortunato il conte Spini con un colpo di pistola potè ferire un cavallo il di cui cavaliere subito dopo venne trafitto da un colpo di lancia e fatto prigioniero.Il Sergente Pianca non riusciva a compiere il giro indicatogli e a chiudere la strada ai tre ussari superstiti cosicchè l'ufficiale italiano sia perchè avesse i cavalli stanchissimi , sia perchè si fosse troppo avanzato troncò l'inseguimento. Il prigioniero fatto sulla strada , perchè mortalmente ferito e non trasportabile , fu lasciato dove era caduto. Il suo cavallo venne ucciso con un colpo di pistola non essendo possibile condurlo via a causa delle ferite. Invece il prigioniero fatto in principio dell'azione, rimesso a cavallo, fu condotto a S. Germano. Nella circostanza si distinsero oltre il oltre il sergente Vieuxbollay il caporale Gentile gli appuntati Molino e Caramello ed il soldato Ferrari: a tutti venne conferita la menzione onorevole al valor militare che toccò anche al luogotenente Spini.

Carlo de Cristoforis

Nacque a Milano nel 1824 figlio di Giovanni Battista, illustre professore di lettere che aveva avuto tra i suoi allievi al liceo Carlo Cattaneo e Cesare Cantù e che era stato collaboratore del "Conciliatore". Studente all'Università di Pavia, fu ammesso nel 1842 nel Collegio Ghislieri, e proprio nel Collegio grazie ad amicizie e letture "clandestine" sviluppò le sue idee politiche e patriottiche. Nel 1859 si recò in Italia per combattere, ma il generale piemontese La Marmora lo credeva (come tutti gli ex-insorti lombardi) un sovversivo e non lo ammise nell'esercito regolare. Non riuscì pertanto ad ottenere un posto nello stato maggiore di Garibaldi né in quello dei Cacciatori degli Appennini di cui curava l'organizzazione il generale Ulloa.

Si arruolò allora come semplice capitano comandante di compagnia nei Cacciatori delle Alpi. Cadde eroicamente nella battaglia di San Fermo il 27 maggio 1859, a soli trentaquattro anni, mentre alla testa dei suoi uomini guidava un assalto alla baionetta verso una ben difesa postazione austriaca. Morì tra le braccia del fratello Malachia, che non vedeva dal 1853

A San Germano scrisse il De Cristoforis l'ultima sua lettera alla madre : S. Germano , 14 maggio 1859 . Vorrei lasciare il mio nome onorato , perciò prego il mio buon zio Malachia a far pagare per me franchi 1600 alla signora Barbet Empasse des Feuillantines , Rue St Jacques , Paris e  Fr. 400 al Signor Giuseppe Conti negoziante in Milano.

Addio carissimi — Scrivo di fretta , mentre tuona il cannone . Vi ho anato e sono da voi stato amato . Addio , madre mia . Vostro Carlo

San Germano Vercellese

14 maggio 1859

 

Cronaca di alcuni episodi dell'occupazione di San Germano da parte degli Austriaci

La lettera che qui riportiamo, voltandola dal francese, scritta da chi vide ciò che si fa a narrare è una testimonianza sicura di quanto abbiamo accennato siill' autorità di veridici storiografi. « Essendo andato l'altro ieri a S. Germano, sono sceso ad un albergo presso alla chiesa. Ad un tratto si ascoltano delle grida nella strada. Cinquecento austriaci erano entrati in città e entravano nelle case per farsi servire, con la spada sguainata, di viveri e di vino. Cinque ufficiali irruppero nella sala dell'albergo, ove io pranzava. Imposero al padrone di dar loro da pranzo ; alla risposta che non vi era nulla nel guarda mangiare, l'ufficiale che mi aveva parlalo mi fece segno, e dopo di essersi concertato con i suoi accoliti, mi domandò con il tuono più brutale ed insolente, come avveniva che io mangiassi, quando per loro non v'era nulla. Non dandomi briga di aver che fare con simil gente e volendo risparmiare all' albergatore una scena dispiacevole, risposi che aveva comprato le provvigioni prima di entrare, di poi mi ritirai in una camera di sopra. • « Le grida della strada diventavano intollerabili. Mi feci alla finestra e vidi una compagnia di austriaci che conducevano il sindaco e l' aggiunto, mezzo nudi, legati alla vita e seguiti da due soldati che li battevano a colpi di larghe strisce di cuoio. a Tutte le botteghe erano chiuse. « Intesi del rumore nella sala dell' albergo, e mediante un foro fatto nel solaio, potei assistere a scene orribili che mi pareva sognare. Due degli ufficiali austriaci avevano ammanettalo il mal capitato albergatore, mentre gli altri tenevano la moglie e la figliuola. « Dl' viva l' Austria ! » gli dissero i due carnefici. a Giammai ! egli ebbe il coraggio di rispondere. Voi siete dei mostri, e se avessi avuto viveri non ve li avrei dati.  Dl' viva 1' Austria ! » urlarono una seconda volta. a Viva il Re ! » egli rispose. a I due capi gli sputarono in faccia e lo batterono. Durante questo tempo, gli altri tre dirigevano le medesime domande alle due donne piangenti, inginocchiate in atto di pregare per il marito, per il padre. I loro lamenti furono accolli con risa feroci. Avendo scoperto del vino, i miserabili vuotavano le bottiglie, di poi le rompevano e ne gettavano i pezzi in testa al povero albergatore. Trovarono dell' acquavite ed accesero un punch. A quella luce, che sola rischiarava le loro facce di tigri, consumarono lo più spaventevole de'delitti : l' albergatore era imbavagliato, le due donne convulse Io non finisco. Quando si assiste a simili orrori, si domanda ove Iddio abbia nascosto i suoi fulmini !!! a Correre io aiuto delle vittime era impossibile. Avrei voluto farmi uccidere per liberarle, ad onta della mia completa impotenza. I mostri avevano barricato le porte. a Un ordine dato con voce sonora si arrestò di subito. Uno di loro andò ad aprire, ed un ufficiale superiore entrò, seguito da un piccolo domestico dell' albergo, andato a prevenirlo. Il nuovo arrivato parlò una lingua che non compresi ; ma le parole dirette agli altri mi parvero un rimprovero. Allora uno degli nfficiali trasse di tasca una carta e la pose sotto gli occhi del suo superiore. Questi si scoprì il capo, s'inchinò ed usci, lasciando piena libertà ai carnefici. Mi si assicura da voci che l'Imperatore d'Austria abbia accordalo a molti ufficiali lettere che danno ampia facoltà di esercitare con lutti i mezzi possibili un impero assoluto di coazione. a Questa carta non era altra cosa. « Corsi alla stalla, sellai il mio cavallo e in grandissima fretta guadagnai la strada maestra. L' indomani son giunto ammalato con febbre ». Io conferma di quanto è detto iu questa lettera che nessuno oserà tacciare di esagerazione, basti sapere che il noto Giulay pubblicava uu proclama, con cui diceva, il nemico voler provocare la rivoluzione alle spalle dell' esercito posto sotto ai suoi ordini, epperò egli dare la sua parola di onore (molto elastico, quanto la coscienza de' farisei) che quei luoghi, i quali facessero causa comune con la rivoluzione sarebbero stati puniti conia spada e con il fuoco. Civiltà de' tempi ! Più feroci di Giulay furono i due generali Urban, uno de' quali, emulo in barbarie ed aiutante di campo di quello, tiranneggiava la provincia di Como — Questi inteso a tener vive le tradizioni sanguinarie de' suoi predecessori fu appositamente scelto per controporte i suoi brutali soldati a quelli della libertà e della indipendenza.

Il Fittaiuolo

Un fittaiuolo di S. Germano narrava un giorno, che un Croata gli avea consegnato mezzo centinaio di colpi di bastone, (egli cið narrava scherzando, ma noi sentiamo venirci il brivido, in ripeterlo ) perchè avea trovato la stalla deserta. Gliel'ho ficcata, aggiungeva il dabbenuomo, glielo ben ficcata ! L'amico mi ha promesso di compire il centinaio, se ritornando gli avessi fatto la stessa farsa di nascondere il bestiame - Alla bonora, se gli salta il grillo di farmi una seconda visita, conosco un luogo, per celar. le bestie, dove non entra nè anco la luce, e sfido io se gli potrà venir fatto di trovarle - Allora mi farà regalo di altri cinquanta colpi - Bab ! le lividure de' colpi spariscono, ma le bestie, una volta mangiate, non tornano più — E... non vorrei che le mie bestie le mangiassero que' brutti ceffi; non amano essi il sego ed altre sudicierie ? Che ne facciano il lor pasto, non tocchino alle cose nostre !

Il degno fittaiuolo voltava in ridicolo l'affare de' cinquanta colpi; chi sa, sotto quel riso, che pianto si nascondeva !



 

 

 In quei giorni il Regio Commissario del Governo nelle provincie militarmente occupate , era Sebastiano Tecchio . Essendo la città di Vercelli occupata dagli austriaci , si era trasferito a San Germano , e da li emanava i suoi decreti e dispacci.

L'allagamento del Vercellese del 1859 raccontato da Giuseppe Deabate in un articolo su "La Lettura" del 1917
L'inondazione provocata artificialmente per arrestare l'invasione nemica , non è un fatto nuovo nella storia della guerra e del patriottismo: l'ultimo lembo del Belgio venne salvato durante la battaglia del'Yser , allagando il terreno mediante la rottura delle dighe . Ma esempio classico , per conseguenze avutesi , di siffatto stratagemma di guerra rimane pur sempre quello della risaia nella memoranda campagna del 1859 ; rimane il ricordo dell'inondazione di quel vasto acquitrino che domina tanta parte della pianura piemontese e lombarda. E' un ricordo notevole e interessante che dice la benemerenza di quella ubertosa regione verso la patria e che non è inutile rievocare oggi, mentre per la patria con tanto valore si combatte; oggi alla distanza di cinquantotto anni da quelle prime tappe vittoriose del cammino italico. Non è inutile , poiché nell'ora grave e solenne che attraversiamo , torna pur sempre di magnifico esempio la singolare benemerenza di quelle popolazioni che nella primavera del 1859 offrivano insieme col sangue dei loro figli le ricchezze del loro suolo , allagandolo per far argine all'irrompente nemico. Singolare benemerenza davvero ! I pacifici ordegni dell'agricoltura si mutarono in strumenti di guerra , e l'opimo piano vercellese , tagliati i canali irrigatori , diventò un grande lago che si offriva ad un tratto allo sguardo attonito degli ufficiali austriaci , i quali non scorgevano che acqua là dove le diligenti carte dello Stato Maggiore non segnavano lago o fiume alcuno.

L'idea di quell'audace gesto creatore della subita e strana inondazione , era stata da tempo ventilata e discussa fra il Conte di Cavour e l'ing. Carlo Noè , direttore allora dell'ufficio d'arte dei canali demaniali presso il Ministero delle Finanze . Già da un decennio , cioè subito dopo la rotta di Novara del 1849 , si era compreso come nel caso che la fortuna fosse stata di nuovo contraria al Piemonte , facile sarebbe stato al nostro tradizionale nemico l'arrivare alla capitale attraverso le campagne del Novarese e del Vercellese. Il Conte di Cavour , che meditava più che tutti la rivincita delle armi , avvisava quindi ai mezzi di difesa necessari in quel malaugurato caso , ed il valente ingegnere idraulico , spinto forse dal ministro stesso , aveva additato appunto i canali demaniali come efficace mezzo di difesa , da ottenersi mediante la rottura degli argini e delle strade . I generali De Sonnaz e Menabrea erano stati messi a conoscenza di quel progetto , non solo ma , segretamente condotti un giorno in quella località teatro della futura guerra , avevano potuto convincersi della bontà del progetto stesso. Il quale presentato allo Stato Maggiore Sardo , non tardò un istante ad essere accolto.

Ventura volle che gli eventi saggiamente preparati e maturati , precipitassero e l'audace e geniale pensiero potesse presto essere posto in atto ! La guerra come già noto veniva improvvisamente dichiarata  e gli austriaci in poche tappe si erano portati fino a Vercelli . Ma là presso il capoluogo dell'irriguo piano , essi furono tosto arrestati dalla famosa inondazione artificiale: la quale , come abbiamo visto , da lunga mano preparata si era potuto produrre in pochissimi giorni. Bastò che il Cavour dicesse al Noè :< Caro ingegnere , il Noè della Bibbia salvò dalle acque il genere umano ; a lei il salvare la patria per mezzo delle acque stesse ! > Tutti, con l'ardore che dava loro il sentimento possente della patria ; tutti , dal geniale idraulico - il quale era coadiuvato dall'ing. Carlo Sospizio , da lui espressa mente creato suo segretario particolare - al personale amministrativo e tecnico ed alla falange dei terrieri e manovali , si posero all'opera ardimentosa , ed iniziarono quei rapidi tagli delle sponde dei canali demaniali e delle strade nazionali , provinciali e comunali , i quali diedero modo alle acque di quei canali ( Roggione di Vercelli , Canale di Cigliano , ecc ) , di allagare tutta la pianura dalla Dora presso Saluggia fin quasi a San Germano. Quelle acque così fecondatrici nell'ora della pace , divennero per tal modo , in quell'ora del pericolo e della lotta , un potente mezzo di difesa , formando esse un grande quadrilatero , il quale da un lato partendo da Trino per Tricerro , Lignana e Desana , raggiungeva Vercelli , mentre dagli altri lati , da Carisio per i territori di Cavaglià ,Alice Castello , Borgo D'Ale , arrivava a Cigliano , e quindi alla Dora , e poi da Carisio stesso , per i territori di Vettignè ; Casanova Elvo , Quinto e Caresanablot , compieva l'immensa distesa d'acque creata nell'intero vercellese che rendeva impossibile l'ulteriore avanzata del nemico. Oh le grida di sorpresa e di rabbia  , le esclamazioni e le bestemmie degli ufficiali austriaci dinanzi a quel lago improvvisato , di cui non seppero subito rendersi ragione! < Qui star lago non geografico> - essi andavano borbottando - né mancarono quando compresero , le più atroci minacce all'ing. Noè .....

....... Al fuoco delle  armi nostre e degli alleati dovemmo la vittoria di poi conseguita , alle acque allagatrici del vercellese . L'opera del'uomo si uni mirabilmente a quella del cielo , il patriottismo e il sacrificio di quelle popolazioni si associarono all'inclemenza della stagione ; e fu opera provvidenziale, perché obbligando gli austriaci all'inazione , ne ritardarono le operazioni offensive , dando così tempo a gli alleati di penetrare in Piemonte per le vie di Susa e di Genova. Per quella singolare benemerenza venne , sette anni or sono ( 1911 ) il meriatato premio  , cioè la Medaglia d'oro  per benemerenze patriottiche , conferita alla città di Vercelli , a quella antica e forte regina delle risaie ; mentre a ricordare l'audace gesto patriottico di Carlo Noè , Torino già da vari anni aveva dedicato una lapide , che è posta nella casa di Via Santa Teresa n. 13 , dove egli chiuse la sua operosa e benefica esistenza il 6 Ottobre 1873.

Le terre che più usufruiscono dei benefici di quel grande canale ( il quale prese il nome dal glorioso statista  , poiché  fu costruito sotto gli auspici di Camillo Cavour , su progetto appunto dell'ing. Noè che aveva svolta l'idea primamente venuta ad un modesto agrimensore , Francesco Rossi ) le terre , fecondate dalle acque del magnifico Canale Cavour , onoravano dal canto loro nel 1898 , la memoria dell'illustre e benemerito ing. idraulico con un degno monumento , opera dello scultore vercellese Francesco Porzio . In Chivasso , sul vago sfondo della collina , in un pittoresco angolo - là dove incomincia dal Po la derivazione del canale Cavour - si leva la brozea immagine di Carlo Noè , sotto la quale è raffigurato il Genio dell'draulica , nell'atto di aprire una paratoia , da cui scende la benefica acqua irrigatrice.... Ma non è inutile , io penso , ricordare nuovamente il nome  el'opera di quel Noè del nostro risorgimento , e sovratutto quel suo gesto audace dell'allagamento del Vercellese , che condusse alla vittoria le armi nostre in quell'inizio delle lotte per la redenzione della Patria.

                                                                                                                                                                                         Giuseppe Deabate